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LETTERA DEL PRESIDENTE - aprile2018

L’INUTILE SPRECO DELL’AMORE

 Carissimi fratelli ed amici,

     molti ricorderanno come anche nel nostro Istituto per molto tempo si è dibattuto e, in una certa misura si dibatte ancora, su quale sia la relazione che intercorre tra la vocazione al presbiterato e la vocazione alla vita consacrata, se e in che misura la seconda sia da considerare una vera vocazione e, in ultima analisi, quale di più aggiungerebbe alla prima.

 Credo di poter dire che queste discussioni lasciano trasparire un’impostazione di pensiero che considera il sacerdozio come una condizione di privilegio, per la quale si è collocati al vertice di una ipotetica piramide in cui tutto il resto risulta essere un “di meno”. Nonostante la ritrovata consapevolezza che è il battesimo che fonda e genera nell’uomo la vita nuova, la vita nello Spirito, e tutto ciò che viene dopo si pone nella linea di sviluppo di questa grazia fondante e al servizio del suo pieno compimento, purtroppo si ha l’impressione che quell’impostazione di pensiero non sia stata ancora del tutto abbandonata. E pertanto ogni dibattito finisce per risultare sterile e poco soddisfacente.

Se riportiamo il discorso dentro l’economia della Grazia, non avremo difficoltà a riconoscere che la vita consacrata al pari del sacerdozio è un carisma la cui sorgente è da ricercare nell’assoluta libertà e gratuità dell’amore di Dio. Questo rende del tutto inutile la domanda del perché ad alcuni è dato e ad altri no, e rafforza il convincimento che siamo in presenza di una vera vocazione.

 È un carisma che ha una sua peculiarità, non nel senso che fa occupare spazi esclusivi dell’esperienza cristiana, ma nel senso che intende promuovere (non nel singolo, ma nella Chiesa) la qualità alta della vita evangelica: è come dire che è un dono dato ad alcuni (che come tutti i doni funziona solo se viene corrisposto) ma che ha come obiettivo quello di rendere concreta e visibile e di incentivare l’accoglienza radicale della proposta evangelica da parte di tutti i credenti in Cristo. Risalta in questo senso la finalizzazione missionaria del carisma, che è posto al servizio del Regno: e questo spiega perché esso passa attraverso il discernimento e la conferma da parte di chi nella Chiesa esercita il servizio dell’autorità.

 Storicamente il carisma della vita consacrata, pur nella straordinaria molteplicità delle forme e delle espressioni, ha svolto la sua missione in una duplice prospettiva, dai solidi riferimenti teologici: la prospettiva escatologica, come annuncio e preludio della vita futura, e la prospettiva dell’incarnazione, come fermento del Regno di Dio in questo mondo; si tratta della duplice polarità della salvezza in cui Cristo ha collocato la vicenda dell’umanità: il già e il non ancora. Per quel che ci riguarda, in quanto Istituto Secolare il senso del nostro carisma è quello di rendere manifesta la presenza del mistero del Regno in questo mondo e in questa storia, testimoniando e promuovendo la sua forza trasfigurante. In quanto presbiteri tutto questo noi siamo chiamati a farlo nella porzione di mondo e di storia in cui siamo collocati, che è la nostra Chiesa locale, ad iniziare dal nostro presbiterio, per arrivare a tutti quegli spazi umani in cui la Chiesa particolare è o deve essere in quanto Chiesa operativamente presente.

 Il carisma della vita consacrata, pertanto, non ci rende più perfetti degli altri, ma ci carica della responsabilità di rendere presente e promuovere nei nostri presbiteri e nelle nostre Chiese il dinamismo della perfezione, la tensione (non solo ideale e intenzionale, ma concreta e visibile) verso la piena conformazione a Cristo e alla vita evangelica.

 Superando una visione utilitaristica della nostra vocazione (a cosa mi serve?), possiamo pervenire ad una più profonda autocomprensione di ciò che siamo chiamati ad essere attraverso una bellissima icona biblica, quella di Maria di Betania (Gv 12, 1-11), che con sorpresa dei presenti e disappunto di Giuda spreca un profumo di trecento denari per ungere i piedi di Gesù. La vita consacrata, anche in rapporto al presbiterato, è un inutile spreco che però rivela la logica dell’amore di Dio, che non è mai un amore misurato, dato con il contagocce, ma un amore smisurato, espressione della sovrabbondanza della gratuità, che è la cifra che meglio definisce l’amore che viene da Dio.

 Noi dobbiamo sentirci felici non di corrispondere a tale amore, perché non ne saremmo capaci fino in fondo, ma di essere chiamati a stare dentro l’inutile spreco dell’amore di Dio e ad essere testimoni della sovrabbondanza della gratuità. Sarà questo, più delle parole e delle azioni, che ci permetterà di riempire tutta la casa del buon profumo di Cristo.
Lo auguro di cuore a tutti noi.

Giuliano

 


Die »unnütze Verschwendung« der Liebe

 


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