Ut Unum Sint
     
Home
LETTERA DEL PRESIDENTE - aprile 2017

IL DOVERE DI SCRUTARE I SEGNI DEI TEMPI

 Carissimi fratelli ed amici,

     vorrei riprendere per un momento ancora l’art. 5/l delle nostre Costituzioni, che recita: “i presbiteri hanno nella Chiesa il dovere permanente di scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, così che come ministri della Parola e della Grazia e nello stesso tempo come fratelli e amici possano rispondere ai perenni interrogativi dell’umanità, in modo adatto a ciascuna generazione”.

     Questo articolo delle Costituzioni, che declina i caratteri essenziali della nostra vocazione di presbiteri consacrati nella secolarità, in questo comma riprende pari pari il n. 4 della Gaudium et Spes, la quale riconosce tale dovere non prima di tutto come peculiare dei sacri ministri ma come compito proprio della Chiesa.  E’ la nostra secolarità consacrata, che ci impegna a farci carico in via prioritaria di un dovere che è di tutta la Chiesa e ad attuarlo nel modo confacente al nostro ministero e con la responsabilità che ci appartiene in quanto chiamati ad essere forma gregis (1Pt 5,3). Detto in altri termini, noi siamo chiamati ad individuare e ad assumere, con la grazia del ministero e con la sapienza che ci viene da un rapporto con la Parola approfondito e guidato dallo Spirito, la direzione verso il futuro che Dio ha preparato per questa umanità.

E’ chiaro che in quest’opera di discernimento potremmo incorrere in pericolosi abbagli, se pensassimo di poter contare solo sulle nostre risorse umane, culturali e spirituali. E’ la guida dello Spirito la nostra garanzia, che si attua tuttavia solo in un cuore fondatamente ecclesiale, che postula un decentramento da sé, dal proprio individualismo e dal proprio soggettivismo, e una piena assunzione del sentire di fede della Chiesa.

In questo nostro tempo, il sensus fidei della Chiesa si è espresso nel modo più alto attraverso il Concilio Vaticano II, da cui dipende tutto il magistero ecclesiale successivo. Come è noto il Concilio fu ispirato a san Giovanni XXIII dalla necessità che, in una fase storica segnata da grandi tragedie e cambiamenti universali, tutta la Chiesa si mettesse a scrutare i segni dei tempi nuovi che incombevano, perché l’annuncio del Vangelo non perdesse la sua efficacia e la sua capacità di orientare e informare la vita del mondo.

Quella del Concilio è stata una stagione formidabile di discernimento, di purificazione e di rinnovamento, le cui potenzialità non si sono ad oggi esaurite e non sono state ancora del tutto espresse, per cui chi vuole guardare avanti, come deve fare chi è costituito “sentinella” per il popolo di Dio secondo la metafora di Ezechiele (33,7), non può fare a meno di ripartire dal Vaticano II. Il ministero petrino di papa Francesco si muove senza tentennamenti su questa linea. Noi non possiamo fare diversamente: avrei sentore di infedeltà alla nostra speciale vocazione, se non intendessimo camminare su questa via.

Devo dire però che, osservando soprattutto i comportamenti del clero delle ultime generazioni pur senza scadere in grossolane generalizzazioni, qualche motivo di preoccupazione mi sorge nell’animo e ne scrivo non per esprimere un giudizio ma perché serva di avvertimento per tutti noi, che potremmo inconsapevolmente essere attratti dentro un costume che, a mio modo di vedere, mal si addice alla nostra vocazione e missione.

Mi riferisco ad una sorta di sbilanciamento che mi pare di notare tra esperienza liturgica e impegno missionario, con sempre crescente prevaricazione della prima sul secondo. Se fosse vero, già questo sarebbe un preoccupante segno di involuzione e di controtendenza a fronte della “Chiesa in uscita”, tanto giustamente promossa da papa Francesco. Senza dubbio l’esperienza liturgica è, come dice il Concilio, “culmine e fonte della vita della Chiesa” (cfr. SC, 10) e costituisce il cuore dell’esperienza cristiana. Il Concilio stesso però afferma che la liturgia non esaurisce la vita della Chiesa e che l’impegno dell’evangelizzazione è perfino prioritario, dal momento che, come insegna l’Apostolo, la fede nasce dall’ascolto della Parola e se non c’è chi annuncia come potrà esservi chi crede (cfr Rom 10,14-17)?  Segno dei tempi in questo caso sarebbe allargare piuttosto gli spazi dell’evangelizzazione e affinarne le forme, adeguandole ai linguaggi del mondo attuale.

Mi riferisco anche, con maggiore rammarico e preoccupazione, alla ricerca di pizzi e merletti, di pianete e apparati che riportano indietro di cinquecento anni, mostrando ignoranza di tutto il cammino faticoso del movimento liturgico, che ha tentato di liberare la liturgia delle deformanti incrostazioni accumulatesi nel tempo, perché nelle cose di Dio la bellezza si coniuga non con lo sfarzo ma con la semplicità.  

Ho la sensazione, ma sarei felice di sbagliarmi, che questo tipo di tendenze, se non nascono da una colpevole ignoranza della storia e della teologia liturgica, rappresentino un modo per colmare un vuoto che, a questo punto, non è solo di ordine psicologico, ma perfino spirituale. Non intendo tagliare giudizi. Mi limito però a fare delle domande sul senso di tali scelte: l’assunzione di queste forme, oltre ad un devozionismo di maniera, riescono a favorire una fede matura e consapevole, capace di coniugarsi con la vita quotidiana? si pongono sulla linea dell’obbedienza allo spirito e agli insegnamenti del Concilio Vaticano II? favoriscono un approccio più incisivo con il mistero e la persona di Gesù, oppure sono al servizio di un’eccentrica autoreferenzialità?  Essere attenti ai segni dei tempi in questo caso non significherebbe applicare la regola di vita del Battista, l’amico dello sposo: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire”  (cfr. Gv 3,29-30)? Il rischio di passare dall’essere servi di Cristo al prendere il posto di Cristo è molto forte.

Di tutto questo, la nostra vocazione e lo spirito francescano che ci è particolarmente congeniale ci danno ampie ragioni. Stiamo in guardia, fratelli, perché l’arte del tentatore passa attraverso ammalianti carezze rivolte al nostro amor proprio, mentre noi abbiamo professato il rinnegamento del nostro io e la volontà di seguire Gesù facendoci carico della nostra croce e, come pastori, anche delle croci del mondo.

Buona Pasqua.
Giuliano

 

ObowiÄ…zek badania znaków czasu

Die Verpflichtung zum Ergründen der Zeichen der Zeit

 
Gli ISTITUTI SECOLARI davanti alle sfide del mondo contemporaneo

I tre Istituti Secolari della Regalità presenti in Puglia hanno vissuto un momento di studio e fraternità martedì 3 gennaio 2017.
Don Giuseppe D'Alessandro, Assistente delle Missionarie e padre spirituale presso il Seminario regionale di Molfetta, ha trattato il tema: Gli Istituti Secolari davanti alle sfide del mondo contemporaneo.

 

Incontro regionale degli Istituti Secolari della RegalitĂ  di Cristo.
Martedì 3 gennaio 2017 sul tema: Gli Istituti Secolari davanti alle sfide del mondo contemporaneo.
Replica del relatore d. Giuseppe D'Alessandro.

 
Seminario di Studio 2017

mercoledì 11 gennaio 2017

LE RELAZIONI NEL PRESBITERIO

Centro Pellegrini-Gruppi delle Suore del Cenacolo
Via Vincenzo Ambrosio, 9 – 00136 ROMA

 
La profezia della consacrazione secolare alla luce del magistero di Papa Francesco
Il cammino compiuto dagli Istituti Secolari, dalla “Provida Mater Ecclesia” a oggi, sia a livello di riflessione teologica e magisteriale che a livello di esperienza di vita, ci permette di affrontare l’argomento di questo Convegno tenendo sullo sfondo alcuni dati acquisiti: la piena consacrazione, la sua dimensione secolare, lo spirito missionario inteso prevalentemente come lettura dei segni dei tempi e animazione cristiana della realtà terrena, lo stile del dialogo.
 
 
Institut Séculier des Prêtres Missionnaires de la Royauté du Christ

Canale YouTube

Area Riservata

Per entrare nell'Area Riservata
CONTATTACI CLICCANDO QUI
ti verrà fornita la password necessaria.

Accesso Riservato






Password dimenticata?