Istituto Superiore Sacerdoti Missionari della Regalità di Cristo

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VARCARE LA SOGLIA - (Ut Uunum Sint 1 2025)


Una porta chiusa da molti anni che si apre per un tempo limitato e viene di nuovo chiusa è l’immagine del Giubileo come tempo di grazia, occasione straordinaria da non perdere; c’è una soglia da varcare: un gesto fisico che esprime un passaggio interiore, spirituale, di conversione e comunione sincera.

Ricordo il pellegrinaggio per il Giubileo 2015: coi parrocchiani ho camminato, fra silenzi e preghiere, da Castel Sant’Angelo a San Pietro, col proposito di una sosta prima della Porta Santa; ci trovammo trascinati di peso da un fiume di persone: neanche il tempo di percepire il senso di quel passaggio che eravamo già nella navata! Vidi che la Porta Santa era larga e alta – come la misericordia di Dio – ma pensai che la si dovesse varcare con gli atteggiamenti spirituali voluti da Gesù, quando invitava i suoi a scegliere “la porta piccola”.

Ricordate le porte dell’Eremo delle Carceri sopra Assisi? Sono così piccole, così basse, che è indispensabile abbassarsi per entrare: ci insegnano che bisogna farsi umili, che è necessario chinarsi verso le persone più piccole e dar valore alle cose semplici; non accettare di piegarsi è rimanere irrigiditi nella superbia: non si passa.
Ma chinarsi non basta: siete mai stati al Monastero cistercense di Alcobaça? Avete visto la porta che dalla cucina monumentale conduce alla sala da pranzo? È alta 2 metri e larga 35 centimetri: raccontano che i monaci “extra large” dovessero stare a pane e acqua fino a conquistare la taglia necessaria per passare. Sarà storia o leggenda? Non so, ma ci insegna che bisogna dimagrire perché la porta è più stretta di noi: giù i “chili superflui” dell’attaccamento a noi stessi, al potere di farsi servire, ai compromessi, ai peccati; è molta la zavorra dalla quale dobbiamo liberarci.

Sia ben chiaro: la porta è aperta a tutti e moltissimi l’attraversano; ma quanti la “scelgono” consapevolmente? Bisogna guardarsi dall’equivoco e accettare il duro linguaggio dell’impegno, della fatica, della costanza: “Per conformarmi pienamente a Cristo, Capo e Pastore, ed impegnarmi alla perfezione della carità nel presbiterato…” recitiamo nella formula del rinnovo annuale dei voti.

Ho la convinzione che la misura della porta sia Gesù, e se le cose stanno così la porta non è rettangolare ma a forma di croce: il cristiano contempla la croce, porta la sua croce, si misura con la croce di Gesù, mai capita e accolta abbastanza. Se la porta è a forma di croce ci puoi passare solo con le braccia aperte: è il segno dell’amore che va incontro a Dio e ad ogni uomo, che Dio ti consegna come fratello, con le braccia spalancate come Colui che, varcata la soglia, ti attende.

don Giuseppe

 

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