Carissimi fratelli ed amici,

vi scrivo nel pieno della tempesta pandemica, che sta interessando da vicino alcuni di noi e che sta diffondendo preoccupazione e paura un po’ ovunque; anche noi siamo attraversati da un senso di oppressione vedendo il nostro ministero limitato essenzialmente al culto, in forma peraltro abbastanza contenuta.

Noi, cultori della presenza di Dio dentro la storia, non possiamopensare che in tutto questo non ci sia una lezione da cogliere: anche la pandemia con tutti i suoi risvolti è un segno dei tempi, una parola di vita che ci viene consegnata dall’amore premurosamente tenero e fermamente educante di Dio, perché, infranta l’assuefazione a tenori di vita e modalità pastorali legati al passato, abbiamo ad osare d’intraprendere vie inedite e rigenerarci a nuova vita.

Forse la transizione da un epoca che stenta a tramontare verso un tempo nuovo che incombe, e che ha interessato la maggior parte dell’esistenza di molti di noi, sta durando un po’ troppo per evidente responsabilità collettiva. La pandemia, allora, potrebbe avere il senso di un’occasione propizia per rompere gli ormeggi e prendere il largo nell’avventura di una nuova era, che è tale proprio perché è guidata, come siamo fermamente convinti, dallo Spirito.

Personalmente posso dire di averne una piccola riprova nel fatto che sorprendentemente sto trovando le famiglie della mia Comunità disponibili a recuperare la loro dimensione di piccola Chiesa domestica e la loro piena responsabilità nella educazione cristiana dei propri figli, quando prima della pandemia la vita domestica registrava una vistosa assenza di Dio e della logica della fede, mentre la delega alla Parrocchia nella formazione cristiana dei figli era pressoché totale.

Chiaramente, se questa intuizione può avere un fondamento, la pandemia costituisce solo un’occasione e, se vogliamo, uno strumento che attende da parte nostra un atteggiamento di attenzione e di propensione a raccogliere le opportunità che contiene: e questo può farlo solo chi si lascia illuminare e condurre dalla fede. Qui la nostra vocazione e la nostra missione vengono provocate e messe alla prova, se è vero quanto leggiamo nell’art. 5/ldelle Costituzioni: «i presbiteri hanno nella Chiesa il dovere permanente di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo».

Non si tratta solo di leggere i segni dei tempi, ma di diventare laboratorio sperimentale di quanto lo Spirito ci fa intuire: è la sperimentazione che comprova la validità dell’intuizione, con tutto quello che di fatica comporta il calare nella vita concreta quanto pensiamo di aver compreso; c’è in questo una porzione di rischio, che accompagna sempre chi accetta di farsi cavia. Ma a questo noi siamo chiamati e su questo dobbiamo scommettere, ognuno per la sua parte. Voglio dire che l’impegno non riguarda solo chi svolge il ministero con piena responsabilità diretta ma anche tutti gli emeriti: il nostro servizio nella vigna del Signore non è né legato né condizionato dai ruoli, anche perché non si esaurisce nel fare, ma concorre a determinare il nostro essere. Non cerchiamo il vaccino contro la pandemia, ma lasciamoci riplasmare da essa.

Per il resto, carissimi, la pandemia ci obbliga alla distanza fisica, ma non può e non deve tenerci lontani nello spirito; valorizziamo meglio la preghiera dell’Ora media come occasione per rinsaldare nello Spirito i vincoli che ci uniscono; preghiamo gli uni per gli altri, perché nessuno soccomba dinanzi alla tentazione.

Il Signore ci vuole bene e merita tutta la nostra fiducia. E anch’io vi voglio bene e auguro a tutti che il Signore vi dia pace.

 

Giuliano


Die Pandemie fordert uns zur Prophetie heraus