Carissimi fratelli ed amici,

      il tempo della pandemia che stiamo vivendo ci domanda di prendere maggiormente a cuore la cura delle nostre relazioni, che oltretutto rappresentano il terreno sul quale si gioca non soltanto il nostro ministero (guai a pensare che il ministero si esaurisca in quello che facciamo!) e non soltanto la nostra vita ecclesiale (la Chiesa prima che essere un’istituzione è un corpo fatto di molte membra, la cui salute dipende dal fatto che esse sono ben compaginate tra loro), ma perfino la nostra fede, che trova nella relazione con Dio la sua sorgente e nella relazione con gli altri il suo banco di prova.

     Precondizione per costruire relazioni positive è il superamento di quella autoreferenzialità narcisistica, che nella cultura attuale rappresenta una delle minacce più diffuse, più pervasive e più perniciose per il raggiungimento del livello minimo di maturità della persona umana: non ci può essere spazio per l’Altro e per gli altri in chi è autocentrato, barricato dentro i confini angusti del proprio io.

Questo superamento costituisce la nostra spoliazione, il farsi nudi per essere liberi e per permettere ai raggi del sole di raggiungerci e darci colore e calore senza i filtri delle nostre autodifese, che spesso sono solo deprimenti maschere. Per noi questa è la prima forma di povertà, come lo è stato per san Francesco e come lo è stato soprattutto per Cristo, “il quale spogliò se stesso” (Fil 2, 2) diventando in questo modo veramente e pienamente uomo.

Un’altra cifra che può consentirci di costruire relazioni positive è purificare la nostra vista dal filtro dell’interesse, che spazia tra il “mi piace” e il “mi conviene”, per cui ogni realtà con cui vengo a contatto, che sia persona o cosa, mi attrae e mi spinge a interagire nella misura in cui la percepisco come utile e gradevole per me. Non vi è dubbio che un simile filtro, spesso del tutto irriflesso, risponde ad un approccio di tipo egoistico, in fondo la stessa radice del narcisismo, per cui la realtà che incrocio sul mio percorso di vita ha un valore non per se stessa, ma nella misura in cui risponde ai miei bisogni. Il rapporto che stabilirò con quella realtà sarà unicamente di tipo strumentale o di tipo funzionale: la “uso” se mi serve o diversamente avrò con essa una relazione fredda, formale, distaccata ancorché professionalmente corretta.

Curare dunque relazioni positive vuol dire:
•    accostarsi all’altro umilmente, in punta di piedi, togliendosi i calzari come sopra un luogo sacro, resistendo alla tentazione di invaderlo, di possederlo, di gestirlo, di giudicarlo, di omologarlo;
•    scoprirlo con stupore e riconoscerlo con gratitudine come un sorprendente dono per me, senza il quale la mia vita sarebbe più povera; fermarsi a contemplare in lui le meraviglie che il Signore compie nella gratuità del suo amore, anche quando l’altro mi infastidisce, mi fa soffrire, è per me una spina nel fianco; per far questo non occorre vestire l’abito dell’eroe, ma basta avere un cuore reso capace di amare dall’amore che Dio ha per noi;
•    prendersi cura delle sue fragilità con la tenerezza di una madre e l’autorevolezza di un padre, ricordando sempre che c’è un confine che non deve essere mai superato, ed è quello della libertà dell’altro che va illuminata ma mai coartata;
•    sostenere le sue fatiche, accompagnandolo con la pazienza, la premura e la discrezione di un fratello maggiore, che è tale non per diritto di precedenza, ma per passione e responsabilità;
•    aiutarlo a godere dei suoi doni, condividendone la gioia e incoraggiandolo a valorizzarli con il metterli a disposizione degli altri;
•    senza nulla chiedere e senza nulla attendersi;
•    custodendo la libertà nel rapporto, con l’obiettivo non di legarlo minimamente a sé, ma di aiutarlo a volare con le proprie ali e a riconoscere che, se un legame insostituibile c’è, è quello con il Signore Gesù.

Possiamo provare a costruire relazioni così a partire dal nostro presbiterio diocesano? Quale fiume di grazia e di bellezza inonderebbe il mondo!

Il Signore vi conceda di lasciarvi conquistare da questo sogno e consentirgli di realizzarlo, come lui desidera.

don Giuliano