Carissimi fratelli ed amici,

la pandemia che da più di un anno imperversa nel mondo intero ha fatto saltare tutta la nostra attività pastorale, dandoci il senso di un tempo vuoto, inutile e forse perfino dannoso. Spesso si sente dire da parte di alcuni che quando la pandemia sarà passata nulla sarà più come prima.

Da parte mia ho paura che questo non sia del tutto vero. Da più di cinquant’anni viviamo un tempo di transizione epocale e dobbiamo constatare che il “vecchio” stenta a morire e il “nuovo” fatica a farsi strada, probabilmente perché il nuovo fa sempre paura e ciò che appartiene al passato dà l’illusione di offrire maggiori sicurezze. Mi pare di osservare che la tentazione di volgere il capo indietro e rimpiangere “le cipolle d’Egitto” non è piccola e non è neppure infrequente.

Questo penso di poterlo dire non solo in senso generale, ma anche nello specifico del nostro ministero pastorale: trovo inquietante la tendenza, purtroppo abbastanza generalizzata, del clero più o meno giovane di far rivivere inopinatamente forme e prassi del passato e nello stesso tempo mi desta grande preoccupazione constatare l’assenza, anche questa abbastanza diffusa, d’impegno a misurarsi con le sfide del presente. Mi chiedo: quanta incidenza ha avuto finora nella nostra prassi pastorale Evangelii Gaudium che, seppur firmata da papa Francesco, trovo che sia un forte appello al cambiamento che viene direttamente dallo Spirito? E quando parlo di “incidenza” non mi riferisco tanto alle forme, quanto alla mentalità e al tipo di approccio con la realtà che siamo chiamati a cambiare attraverso un vero processo di conversione.

Per questo temo che molti non attendono altro che questa pandemia cessi, per riportare tutto alla precedente “normalità”. Se accadrà questo, avremo perduto pesantemente il treno della storia, condannandoci veramente a diventare non profetici costruttori di futuro, ma nostalgici custodi del “museo delle cere”.

Possono apparire forti ed eccessive queste mie affermazioni e spero con tutto il cuore che alla fine risultino tali. Ma noi, a cui è affidato per vocazione il compito di essere apripista e di giocare in prima linea, non possiamo non vivere questo tempo come un tempo di gestazione: dobbiamo acuire lo sguardo e provare a leggere dentro ciò che stiamo vivendo, per scorgere il disegno di un’umanità nuova che attende di essere aiutata a sbocciare. Ce lo chiede la nostra fede, ce lo domanda la certezza che lo Spirito sta ponendo i presupposti di un tempo nuovo.

Chiediamoci come possiamo esplorare e riconoscere il nuovo che incombe? Sarebbe molto fecondo se aprissimo un dibattito, sia pure a distanza, su questo tema, il cui approccio non dovrebbe essere speculativo (faremmo solo accademia) ma esistenziale. La precondizione resta quella di sempre, l’imperativo di Dio per chi vuole riprendere il passo insieme con lui: «Esci dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre verso la terra che io ti indicherò» (Gn 12, 1). Sta qui la prima conversione, da cui può scaturire ogni altra conversione:
 liberarsi dalla schiavitù del proprio “io”;
 rigenerare le relazioni, trasformandole da chiuse e tranquillizzanti (se non narcotizzanti) in aperte e rischiose (il rischio di dover pagare di persona!);
 abbandonare la sedentarietà e il radicamento (nei luoghi, negli affetti, nei ruoli, da cui discende l’illusione del possesso) e riprendere la spiritualità dell’esodo (che fa diventare poveri e perciò veramente ricchi).

Lo spirito che può condurci in modo efficace in questa esplorazione è unicamente quello di chi non ha paura di sognare e di osare: il Regno di Dio non è per i calcolatori, ma per gli scommettitori.

Io credo che il carisma che ci è dato, anche se siamo un piccolo numero, è quello di guardare con gli occhi di Dio il tempo che viviamo e quello di diventare scintille che provano a riattizzare il fuoco che minaccia di spegnersi, non solo nel mondo, ma anche nel clero e nella vita pastorale delle nostre Comunità.

Vogliate, amati fratelli, accogliere queste mie modeste riflessioni come un augurio e una provocazione a «cercare la perfezione nella vita e nel ministero» con la stessa passione, mossa dall’amore, del Poverello d’Assisi, con il quale invoco per ciascuno di voi: «Il Signore vi dia pace!».

don Giuliano


ISKRY WZNIECAJĄCE POŻAR KTÓRY GAŚNIE


Funken, das ausgehende Feuer wieder zu entfachen