Carissimi fratelli e amici,

 

          col passare del tempo mi ritrovo sempre più spesso a fare memoria del giorno della mia ordinazione presbiterale. Non si tratta di una memoria nostalgica, ma di una memoria grata: il ricordo di quello che il Signore ha fatto per me e come in tutti questi anni mi abbia accompagnato e sostenuto con fedeltà d’amore nella mia pochezza e nella mia infedeltà mi offre la ragione decisiva per dire incessantemente grazie, che più che dire vorrei perfino cantare non con la bocca ma con la vita, cosa che non so quanto io riesca veramente a realizzare.

 

Riandando alla liturgia della mia ordinazione, rivive in me ancora forte l’emozione dei diversi passaggi del rito: dall’eccomi con cui ho risposto quando sono stato chiamato per nome e che indegnamente mi ha fatto penetrare dentro l’eccomi di Maria che ha cambiato la storia, alla ripetuta risposta “sì, lo voglio!” alle interrogazioni del Vescovo, attraverso cui ho capito che il mio ministero sarebbe dipeso da come avrei abitato la volontà di Dio, da quanto sarei cresciuto in essa.

 

Esperienza inesprimibile fu per me quello stare prostrato per terra mentre le litanie dei Santi disegnavano il percorso della santità dentro la storia: ricordo vivamente che in quel momento mi fioriva nel cuore, accanto alla percezione della mia indegnità dinanzi all’impagabile dono di Dio, il sentirmi come piccolo seme dentro il grembo della Chiesa-madre che lo Spirito andava plasmando quale icona del Pastore buono.

 

L’imposizione delle mani del Vescovo e dei Presbiteri presenti mi fece percepire la portata collegiale del Ministero che mi veniva conferito. La consegna del calice e della pisside, portati al Vescovo dai miei genitori, mi ricordava che radice della vitalità e della generatività del mio sacerdozio sarebbe stata l’Eucaristia.

 

Ci fu però un solo momento in cui avvertii nell’animo una sorta di tremore e fu quando, inginocchiato davanti al Vescovo e con le mie mani nelle sue, egli mi chiese: «Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?». In quel momento lo scorrere del rito non mi lasciò il tempo per focalizzare e interpretare bene quel tremore: l’ho fatto dopo, pian piano, cammin facendo. Ho capito che la chiave di volta del mio ministero è costituita proprio dall’obbedienza, nella misura in cui la sua radice sta nella fede, perché solo così l’obbedienza è ciò che più di ogni altra cosa rende conforme a Cristo, svuota del proprio io e lascia ampio spazio all’agire sapiente di Dio, trasforma i sudditi in figli, è la concretizzazione della mia risposta d’amore alla chiamata all’amore da parte di Dio.

 

Sono diventato prete in una stagione bellissima, quando fremeva ancora lo spirito del Concilio: le aperture generate dallo Spirito mettevano entusiasmo e freschezza nel cuore di chi voleva vivere con serietà il cammino della fede e soprattutto nell’animo di chi si affacciava alla vita ministeriale. Ma fu anche il tempo della contestazione, che inseguiva la chimera di una libertà fuori dalle regole, rivelatasi poi spesso liberticida. Fu il tempo in cui non si amava parlare di obbedienza senza aggiungervi l’aggettivo “dialogata”. Sembrò una specificazione razionalmente legittima in una prospettiva di rispetto della dignità della persona.

In realtà, e questo l’ho capito dopo, in quell’aggettivo si adombrava il rischio di trasformare l’obbedienza in una negoziazione di tipo sindacale o, peggio, commerciale, il cui criterio di fondo era in ultima analisi: "mi conviene o non mi conviene”; ho l’impressione che su questo terreno l’obbedienza spesse volte si trasforma in disobbedienza.

Quando ho compreso ciò, ho preferito accantonare l’aggettivo “dialogata” e immaginare un’obbedienza “responsabile”, dove la responsabilità dice impegno onesto e leale ad offrire al superiore tutti gli elementi in grado di consentirgli un giusto discernimento, ma con l’animo di chi comunque è disposto ad accogliere tutto quanto gli viene domandato con spirito di fede, perché non sempre quello che a noi sembra giusto lo è anche per lo Spirito che certamente guida il superiore nell’esercizio dei cuoi compiti (una volta si chiamava “grazia di stato”).

Se l’obbedienza non nasce dalla fede, non è vera obbedienza, ma calcolo. L’obbedienza di fede è sempre vincente, anche quando il superiore ha preso un abbaglio, perché se non ha evitato l’errore ha però conservato e rinsaldato la comunione. Nella III Ammonizione san Francesco scrive: «E se anche il suddito vede cose migliori e più utili all’anima sua di quelle che gli ordina il superiore, sacrifichi le cose proprie a Dio e cerchi di adempiere con l’opera quelle del superiore. Infatti questa è la vera e caritativa obbedienza che soddisfa Dio e il prossimo».

Il voto di obbedienza che noi facciamo ci impegna a vivere il rapporto con i Superiori sempre e soltanto in spirito di fede; solo così ci può inserisce in quel dinamismo della grazia per cui la nostra obbedienza cresce nella misura dell’obbedienza di Cristo.

Sempre nella medesima Ammonizione san Francesco conclude: «Vi sono infatti molti religiosi che, col pretesto di vedere cose migliori di quelle che ordinano i loro superiori, guardano indietro e ritornano al vomito della propria volontà. Questi sono degli omicidi e per i loro cattivi esempi fanno perdere molte anime».  Il nostro desiderio e la nostra volontà è quello di stare in tutto e per tutto nella volontà di Dio, accantonando la nostra. Che il Signore ci renda tutti gioiosi testimoni dell’obbedienza vera, anche a costo di essere per questo crocifissi.

Il Signore doni a tutti la sua pace.

don Giuliano


Posłuszeństwo przez wiarę


Gehorsam aus Glaube