Amatissimi fratelli,
                  
     preparando domenica 31 gennaio l’omelia per la prima Messa di Giuseppe, novello sacerdote, sono stato fortemente suggestionato dalle letture della IV Domenica/anno C del Tempo Ordinario, al punto che ho pensato di condividere con voi le provocazioni che ho avvertito dentro.

La Prima Lettura riportava in parte il racconto della vocazione di Geremia, la Seconda Lettura era costituita dal testo paolino della I Corinzi che illustra il mistero della Chiesa come corpo di Cristo e quale Vangelo era indicato il brano di Luca che racconta la reazione dei concittadini di Gesù al suo discorso tenuto nella sinagoga di Nazareth, in cui aveva dichiarato: «Nessuno è profeta in patria!».

Ognuno di noi sa bene che la vocazione profetica appartiene ad ogni cristiano, che radicato in Cristo mediante il Battesimo partecipa del suo sacerdozio profetico e regale. Mi veniva di pensare tuttavia che il presbitero, il cui sacerdozio ordinato è al servizio di quello comune e che in quanto pastore è chiamato ad essere “forma gregis”, ha la responsabilità di incarnare la profezia del suo ministero in maniera tale da condurre anche il popolo di Dio a partecipare in modo sempre più vero e più pieno alla missione di Cristo.

Sono cose che abbiamo imparato studiando teologia e delle quali siamo convinti sul piano logico, ma che nella realtà non trovano sempre un lucido riscontro in altrettanti convincimenti non solo nella percezione che i fedeli hanno del sacerdote ordinato, ma ahimé! spesso anche nell’autocomprensione degli stessi presbiteri. Il ministero del prete è più facilmente considerato come funzionale all’istituzione piuttosto che nella sua valenza profetica, e noi stessi rischiamo di proporci come “quadri” di un’organizzazione piuttosto che come missionari del Vangelo.

Pertanto, credo che, considerata la complessità del tempo che viviamo, oggi più che mai occorre un pieno recupero della dimensione profetica del nostro sacerdozio, insieme con il coraggio di interpretarne le esigenze in termini concreti e compatibili con la storia del nostro tempo. Per cui qualche domanda dobbiamo farcela: fino a che punto noi siamo al servizio di una Parola che non ci appartiene e con la quale dobbiamo consentire che l’uomo s’incontri?

Ognuno di noi sa bene che l’annuncio della Parola non può esaurirsi nella verbosità e non raggiunge il suo effetto, non riesce a convincere (cioè ad affascinare e a conquistare) se rimane un puro esercizio oratorio. Allora, non possiamo non chiederci: fino a che punto noi siamo disposti a comprometterci con la Parola? Fino a che punto consentiamo che nella nostra vita l’io diminuisca perché “Lui” cresca? Cosa siamo disposti a rischiare perché la Parola risuoni “opportune et importune”? Quanto “usiamo” la Parola e quanto invece ci lasciamo “usare e consumare” da essa?

Profezia del ministero significa poi che l’abito con cui dobbiamo essere presenti nel mondo è unicamente quello del “servo per amore”, dove la specificazione non vuole attenuare e compensare la scarsa rilevanza sociale dell’immagine del servo, ma vuole esprimere la ragione di fondo del nostro servizio. Tradotto in altri termini vuol dire che il farsi servo non deve essere un’etichetta senza valore (come quella dei lupi che si vestono da agnelli senza diventarlo), ma che l’amore deve portarci come Cristo ad assumere la condizione di servo, con tutto ciò che questo significa: la gente sa riconoscere assai bene il servo autentico da colui che si limita a recitare la parte.

Mi veniva di pensare che un’istanza primaria della profezia del sacerdozio ordinato sia quella di servire alla comunione: anzitutto nel Presbiterio (sempre per quella peculiarità dell’essere “forma gregis”, che è funzione collettiva prima che del singolo) e poi nella Comunità ecclesiale, con tutto quello che comporta di fatica, di passione e di perseveranza nel tessere sempre e con chiunque relazioni trinitariamente ispirate.

Una via privilegiata per esprimere la profezia del nostro ministero è l’impegno a spenderci nelle opere della carità, in particolare a favore dei poveri e degli ultimi; e questo noi preti lo possiamo fare in due modi “eccellenti”:
•    ponendo gli altri al centro delle nostre attenzioni, dedicando loro il nostro tempo in via preferenziale;
•    mettendo le nostre risorse, anche economiche, a servizio degli altri con quella gratuità che rende liberi dalla ricerca del proprio interesse e restituisce dignità a chi per tante ragioni l’ha perduta.

Sicuramente ognuno potrà aggiungere stimoli ancora più interessanti di quelli che io ho saputo offrire. Una cosa è certa: se la profezia apre al futuro e fa entrare nei sogni di Dio, riscoprire ed incarnare la dimensione profetica del nostro sacerdozio è per noi questione di fedeltà al ministero, di cui siamo investiti, e al carisma della secolarità consacrata, che lo caratterizza. La Quaresima che abbiamo dinanzi è tempo favorevole per lasciarci convertire ulteriormente alla missione. Buon cammino.
 
Giuliano


Die Prophetie unseres Priestertums


Profetyczność naszego kapłaństwa