per chi vi ha partecipato sono ancora vive le forti suggestioni da cui sono stati pervasi tutti coloro che hanno preso parte alle intense celebrazioni del 60° di fondazione dell’Istituto: abbiamo verificato come tutto il nostro pluridecennale cammino è stato segnato da parole antiche, che domandano di essere pronunciate con accenti nuovi, perché contengono dentro un potenziale profetico per nulla esaurito, anzi particolarmente adatto a questo passaggio della storia.

    Il nostro tempo ci chiede autenticità a fronte di una pericolosissima tentazione dell’apparire: profeta non è colui che annuncia, magari con i linguaggi affascinanti della contemporaneità, parole nuove, ma colui che si fa dimostrazione visibile e convincente del nuovo che intende annunciare. E lo spazio primario in cui esprimere questa profezia incarnata mi convinco sempre più che è quelle delle relazioni, attraversate come sono dalla malattia perniciosa dell’individualismo, dal quale è urgente che siano risanate. La prospettiva delle chiusure, infatti, è l’aridità e la morte, mentre gli uomini attendono che qualcuno restituisca loro la speranza e la fecondità di una vita che cresce e si sviluppa fino al suo vertice, e ciò è possibile solo attraverso il risanamento delle relazioni, giacché il nostro unico traguardo è Dio, che è relazione d’amore.

Dalla Parola di Dio deduco che per rendere possibile un incontro profondo e fecondo tra le persone, capace di far sì che ognuno misuri i suoi passi sui passi dell’altro, sono indispensabili alcune disponibilità di fondo, così come è avvenuto nell’incontro di Dio con l’uomo: è necessario che vi sia un cuore che ama e che interpella ed un altro cuore che è disposto a calarsi dentro il dialogo dell’amore.

E’ quanto intuiamo nell’esperienza di Abramo, il prototipo di tutti gli interpellati della storia, al quale Dio indica due condizioni, perché possa nascere tra loro una relazione.

Anzitutto, gli dice: esci dalla tua terra. La prima condizione è rompere il guscio del proprio individualismo e dei propri arroccamenti rassicuranti e autodifensivi, uscire dal proprio “io”, ossia dai propri interessi, dai propri progetti, dalle proprie attese… ma anche dai propri pregiudizi, dalle proprie resistenze, dalle proprie paure… Quanto è lungo e difficile il primo passo per andare incontro all’altro! E quante sedicenti relazioni, che nascono senza che previamente sia stata realizzata questa condizione, poi diventano prepotenza, violenza, sopraffazione, strumentalizzazione! Uscire dalla propria terra significa collocarsi in uno spazio neutrale che sta tra me e l’altro, dove spogliato da tutte le mie corazze io finalmente appaio per quello che sono: terra arida che attende di essere impregnata dall’acqua fecondante, o lavagna nitida su cui l’altro può aiutarmi a scrivere parole nuove.

E poi, gli dice anche: va’ nel paese che io ti indicherò. La seconda condizione è data dal coraggio di mettersi in cammino. Non si tratta evidentemente di muoversi nello spazio geografico, ma di mettere in movimento il cuore: un cuore che è fermo è sclerotico, non è in grado di pulsare la vita; un cuore vivo è il cuore che batte, che si muove, che si mette in viaggio, che impara a danzare sul ritmo della vita altrui; perché non sembra, ma molto spesso ciò che ci impedisce di entrare in rapporto con gli altri, anche quando li abbiamo di fronte o accanto, sono i vuoti abissali che si sono interposti tra noi,  sono le distanze interiori, che non si misurano in chilometri, ma che possono essere coperte e annullate solo se si è disposti a mettersi in viaggio. E come quando noi viaggiamo in località sconosciute e facciamo scoperte insospettate che ci riempiono di stupore e ci ripagano della fatica dell’andare, così mettersi in cammino verso l’altro significa provare a guardarlo con gli occhi attenti di chi cerca nell’altro una perla preziosa che sa esserci, nascosta in qualche recondito anfratto delle pieghe dalla vita altrui, dal cui ritrovamento dipende però la gioia traboccante del mio cuore e il compimento della promessa di vita consegnatami.

Valicare i confini e mettersi in cammino verso gli altri: è l’avventura più straordinaria che ci sia, perché è quella che ci fa ritrovare l’amore. Tant’è vero che anche il Figlio di Dio “spogliò se stesso” e si mise in cammino per entrare in rapporto con noi e portarci la gioia, un cammino che non è ancora cessato e non cesserà fintanto che sulla faccia della terra ci sarà un uomo col quale Dio vorrà entrare in relazione. Perché questo è Dio e questo significa amore: essere in relazione. E per questo l’uomo è stato creato.

La cura delle relazioni, per impregnarle del Vangelo, è definizione del nostro ministero e della nostra vita di preti. Non ci può sfuggire che come Missionari della Regalità siamo chiamati ad essere di tutto ciò “laboratorio” e “profezia” nei nostri presbiteri e nel mondo. Il Signore doni a tutti e a ciascuno la sua pace, come frutto della disponibilità a realizzare fino in fondo l’altissima missione che ci è data.


Giuliano


Zwei Voraussetzungen, um in Beziehung zu treten


DEUX CONDITIONS POUR ENTRER EN RELATION