Carissimi e amatissimi fratelli,
      
     nella relazione all’ultima Assemblea dei Responsabili dello scorso gennaio avevo proposto di riflettere coralmente sulla vita di gruppo, considerandola non tanto sotto l’aspetto dei meccanismi strutturali che la governano quanto in riferimento alle relazioni che vanno costruite tra i suoi membri, da cui dipendono non solo la vitalità del gruppo stesso ma anche la possibilità per noi di essere fucina e fermento, per i nostri presbiteri, di rapporti più autentici e veri nel senso evangelico.

     Mi vado convincendo che è questo il primo terreno di conversione e di verifica della nostra vocazione: infatti la nostra missione, che è prolungamento di quella di Cristo, è proprio mirata a ricostruire il tessuto delle relazioni, che il peccato ha rovinosamente frantumato, perché sono proprio le relazioni che definiscono tanto la persona umana quanto il regno di Dio. D’altronde, se la vita divina è vita di relazione, solo chi vive o almeno tende a costruire relazioni capaci di generare comunione testimonia di avere un buon rapporto con Dio e di essere partecipe della sua vita. Al contrario, chi rimane indolentemente succube delle divisioni e delle contrapposizioni o perfino le alimenta, non solo evidenzia palesemente di vivere fuori dalla vita trinitaria ma, come direbbe uno stimato conoscitore delle cose dello Spirito, si configurerebbe come un solerte collaboratore di satana, l’ispiratore di tutto ciò che ostacola rapporti di unità e di comunione, da cui scaturisce la morte.      

Mi pare allora che il tema su cui ho proposto di riflettere non sia semplicemente un fatto accademico, ma una cosa veramente e tremendamente seria, nella cui direzione credo che ci orientino anche le continue sollecitazioni di papa Francesco a rendere evangelicamente luminosa la nostra vita di presbiteri/pastori. Se il prete non è un pontifex, un costruttore di ponti, un tessitore di relazioni, qual è allora il senso della sua identità?

Vorrei a questo proposito recuperare un passaggio di un testo paolino, che avevo a suo tempo indicato (Romani 12, 9-18) e che a me suona continuamente come una forte provocazione: Gareggiate nello stimarvi a vicenda. Senza volermi vestire dell’abito dell’esegeta, la stima a cui Paolo fa riferimento non credo si concluda nell’ammirazione umana, pur non escludendola. Non possiamo certo dire che Francesco davanti al lebbroso abbia avuto un impeto di ammirazione: tutt’altro. Eppure egli stesso riconosce che la sua conversione è diventata vera solo nel momento il cui ha capito che quel lebbroso era degno di essere amato e che senza un rapporto positivo con quel lebbroso il suo amore non sarebbe stato mai vero. Perciò, quando parla di stima a me pare che l’apostolo voglia alludere ad un processo, ben più profondo e laborioso, di spiritualità delle relazioni, che nascendo dal Vangelo si possono così caratterizzare come totalmente nuove.

Infatti, quando noi ci poniamo di fronte ad un’altra persona, chiunque essa sia, forse che non scatta naturalmente in noi un meccanismo, che in sostanza si risolve in una sorta di giudizio, che è poi  ciò che ci determina nella volontà di costruire o meno un rapporto con quella persona? In altri termini, il primo impulso nell’incontrare l’altro è quello di giudicarlo. E se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo riconoscere che spesso il giudizio si risolve in una condanna, sia pure non manifestata: vale a dire che noi siamo inclini a cogliere dell’altro soprattutto i difetti e ciò che non corrisponde ai nostri schemi e alle nostre attese. Ma se rimaniamo prigionieri di questo meccanismo, quando mai riusciremo a costruire con gli altri rapporti positivi, liberi e liberanti?
E’ proprio in questo che la parola di Dio ci domanda di diventare veramente nuovi, raddrizzando con la virtù la nostra natura distorta dal peccato (rege quod est devium, canta la sequenza di Pentecoste). La stima come modalità nuova di approccio all’altro nasce dal convicimento, dettato dalla fede, che anche nella persona più degradata Dio ha lasciato una traccia indelebile di sé; anzi di più: in ogni persona che incrocia il mio cammino Dio ha posto per me un dono assolutamente unico ed originale. Cercare questa traccia/dono, riconoscerla, farla emergere significa trovare una base solida su cui costruire una relazione veramente positiva con l’altro, il quale vale proprio per la ricchezza di quel dono che porta in sé, che non può in alcun modo essere scalfita dalle tante miserie che possono aver inondato la sua esistenza.

Quando si parla di ricerca, la mia mente corre sempre al Cantico dei Cantici: la ricerca appassionata della fanciulla è la sua prima risposta al dono d’amore da parte dello sposo; proprio perché ha cercato l’amato, ha potuto scoprire che in fondo era l’amato che la cercava e l’attirava a sé. Fare a gara nel cercare in che cosa l’altro è un dono per me e allargare il cuore per accoglierlo, godere di ciò che di bello Dio ha posto in lui e rendere grazie per lo stupore che tutto ciò desta in noi significa penetrare dentro il dinamismo dell’amore trinitario, svelatosi nell’amore dello Sposo per la Sposa. Al contrario indugiare nell’invidia, nella gelosia, nel pregiudizio, nelle riserve mentali che al momento opportuno fanno vomitare veleno nei riguardi degli altri, magari colpendoli alle spalle: questa è la vita grama di chi, non accogliendo l’amore, non sa amare e non conosce Dio.

E noi: siamo testimoni di un Dio che conosciamo? Facciamo un corale esame di coscienza nell’anno 60° di vita del nostro Istituto. E poi: dimentichi del passato e protesi verso futuro, corriamo verso la meta (cfr Fil 3.13), col medesimo trasporto del fraticello che sulla copertina delle nostre Costituzioni solca le vie del mondo lasciandosi gioiosamente condurre dal vento dello Spirito.

Auguro a tutti, ad iniziare da me che sono il più piccolo, di diventare veramente atleti, anzi campioni nel gareggiare nella stima vicendevole.

Giuliano 


Übertrefft euch in gegenseitiger Achtung