Carissimi e amatissimi fratelli,
      
     penso che siamo ancora tutti un po’ frastornati dalla figura di questo papa Francesco, che lo Spirito ha donato alla Chiesa al di là di ogni immaginazione, e che da subito ci ha completamente conquistati: specialmente noi lo sentiamo come particolarmente vicino alla sensibilità propria della nostra vocazione secolare e della nostra ispirazione francescana.
Fin dal suo primo apparire non si è presentato con le armi di una cultura teologica capace di rispondere ai dubbi e alle incertezze del credere, ma con il linguaggio di gesti dal sapore profetico che sono più eloquenti e più convincenti di ogni ragionamento intellettuale.  

 La provocazione più forte, che finora mi è sembrato di poter raccogliere da lui, è ad uscire fuori dai rigidi schemi precostituiti e dai ridondanti protocolli a cui ci eravamo assuefatti, architetture forse impressionanti e per certi versi rassicuranti, ma a ben vedere né belle né buone, dentro le quali anche uno spirito di levatura alta finisce per rimanere impriginato e sclerotizzato. E’ questo il modo per non imbrigliare lo Spirito e per lasciarsi condurre dalla sua sorprendente libertà.

 Ordinando dieci nuovi presbiteri qualche giorno fa ha ricordato loro, ed evidentemente anche a noi, che sono chiamati ad essere non funzionari ma pastori. E al collegio cardinalizio, subito dopo l’elezione, ha detto esplicitamente che il pastore deve essere impregnato del profumo del gregge.

 Ecco dunque che la figura del “pastore”, che Gesù si attribuisce non senza un certo ardimento per la mentalità giudaica, resta un simbolo di grande efficacia ed attualità, che non manca di interpellare anche noi, presbiteri di questo tempo.

 Il primo elemento di riflessione che ricaviamo dall’immagine utilizzata da Gesù è che altro è il pastore autentico, altro è il mercenario. Questi ostenta di essere al servizio del gregge, ma in realtà di fronte al pericolo appare evidente che si è servito del gregge per realizzare il proprio tornaconto e poi lo ha abbandonato a se stesso nel momento del bisogno. Il pastore invece non vive per sé, ma vive per gli altri e trova il senso del proprio essere proprio dal concepirsi in funzione degli altri, servo per amore pronto perfino a sacrificarsi e ad immolarsi per farsi collaboratore  della gioia degli altri, come direbbe san Paolo. Ovunque il nostro atteggiamento e il nostro stile “pastorale” si devono esprimere in un servizio che ha questi connotati e questa misura: altrimenti, non si è pastori veri! L’identità del pastore richiede la prova della coerenza di vita e della testimonianza, senza le quali è ambigua, e perciò falsa.

 Un secondo elemento di riflessione è dato dalla qualità delle relazioni che definiscono l’essere “pastore” di Gesù: egli “conosce” le pecore ad una ad una e ha come obiettivo quello di far sì che diventino un solo gregge. La “conoscenza” di cui parla Gesù è quella che nasce dall’accoglienza aperta dell’altro, libera da pregiudizi ma anche dall’inclinazione al giudizio, capace di prendersi a cuore l’altro e di farsi carico di lui e della sua vita: non è giudicando l’altro che si toccano le profondità del suo cuore, ma solo imparando a stimarlo, cioè a riconoscere e a godere di quel riflesso del volto di Dio che c’è in lui, nonostante le ferite prodotte dal peccato. Si tratta di un modo di relazionarsi “nuovo” per la mentalità umana e capace di riscaldare i cuori e di mettere in movimento anche le energie più sopite che vi sono nell’intimo di ogni persona. Per questo Gesù fa riferimento alla “conoscenza” che vi è tra le tre Persone divine, che è la sorgente, la forma e il vertice della “conoscenza pastorale”. Inoltre, il vero “pastore” non lega a sé le persone, ma mira a diventare motore della comunione nelle relazioni interpersonali. Perché la felicità dell’uomo dipende dal suo camminare verso l’unità del genere umano: la frammentazione e la divisione sono opera diabolica; nella comunione vive Dio e l’uomo diventa pienamente se stesso.

 E’ un bell’esercizio, per chiunque vi si voglia misurare, il cercare di applicare tutto ciò al proprio modo di essere e di vivere, per trarne delle conseguenze concrete e operative a livello di atteggiamenti, comportamenti e modo di essere presenti e di relazionarsi nell’ambiente in cui vive. Ma è l’unico esercizio vero che può farci sperimentare cosa vuol dire che la fede diventa animazione della vita. Altrimenti, la fede rimane un’astrazione incapace di generare, prima che un prete nuovo, un uomo nuovo per un mondo nuovo.  

 Che lo Spirito, formidabile dono del Crocifisso-Risorto, sovrabbondi in tutti noi e ci doni in questo nostro tempo e in questo nostro mondo l’audacia dei pionieri, non certo per l’orgoglio di essere i primi, ma perché questa è la nostra vocazione secolare.

Con tanto affetto.

Giuliano 


Nach dem Bild des »guten« Hirten


À L'IMAGE DU BON PASTEUR


Na obraz „Dobrego” Pasterza