Fratelli miei carissimi,

 da tempo riaffiora nel mio animo come un eco insistente una parola, “coraggio”, che è risuonata nell’ultima Assemblea Elettiva come una delle cifre interpretative del cammino che ci attende. Mi sono chiesto: cosa vuol dire nella sua essenza la parola “coraggio”? Il vocabolario la definisce: la virtù umana, per cui non ci si sbigottisce di fronte ai pericoli, si affrontano con serenità i rischi, non ci si abbatte per dolori fisici o morali, si ha la spinta ad intraprendere imprese difficili. Ma mi è sembrata più illuminante la derivazione etimologica del termine: esso viene dal latino coraticum o cor habere, che significa “aver cuore” o, detta in altri termini, affrontare con cuore e dal punto di vista del cuore le situazioni della vita. Più di tutte mi è piaciuta una spiegazione del suo significato: coraggio è ciò che aiuta l’amore a vincere la paura.

 Immediatamente il mio pensiero è andato alla Vergine Maria, che ho visto come la creatura in cui più di ogni altra questa virtù del coraggio si è incarnata e si è compiuta. Per come ce la svelano i Vangeli, Maria infatti non ha mai avuto paura di nulla, non perché possedesse il temperamento dell’impavido, ma perché il suo approccio con la realtà avveniva attraverso il cuore fatto dimora dello Spirito (“Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”, Lc 2, 51b). E questo ci fa intuire come il coraggio non sia una semplice virtù umana, ma una virtù soprannaturale che dipende da come ci facciamo abitare dall’amore, che è Dio.

 Mi sembra dunque che debba essere questa anche per noi la modalità di presenza dentro la storia che ci appartiene e di confronto con essa: guardarla dal punto di vista dell’amore, per cogliere dove lo Spirito vuole condurla; servirla con lo spirito dell’amore, perché ritrovi il suo cammino verso il futuro. 

 In questo senso, per noi chiamati a servire il Regno dentro la storia il coraggio non si dovrà  esprimere tanto nell’attestarci su posizioni di avanguardia, quanto nello scommettere su ciò che lo Spirito ha detto alla Chiesa mediante il Concilio Vaticano II e nella passione con cui sapremo caparbiamente spenderci per portarlo a compimento. E’ vero che nei cinquant’anni trascorsi si sono compiuti passi significativi nella sua attuazione; ma è pur vero che molto ancora resta da compiere e che proprio in questo frangente storico si ha l’impressione perfino di una battuta di arresto, accompagnata da preoccupanti reflussi e persistenti nostalgie del passato, oltre che da un generale affievolimento di entusiasmo. Il Vaticano II disegna un futuro che per buona parte non si è fatto ancora presente.

 Nella Relazione del Presidente all’Assemblea elettiva don Francesco ha indicato tre assunti conciliari, sui quali mettere alla prova il nostro coraggio, perché attendono ancora di diventare patrimonio comune nella Chiesa: l’ascolto fiducioso dei segni dei tempi, il dialogo con il territorio, la presenza nei luoghi e negli spazi in cui è più urgente l’annuncio del Vangelo. Si tratta di orizzonti particolarmente congeniali alla nostra vocazione e che perciò meritano tutta la nostra attenzione, ma molti altri insegnamenti conciliari restano ancora in attesa di realizzazione.

 Io propongo che ci si interroghi in via prioritaria su quanto sia passato, nella vita concreta, della concezione di Chiesa rispolverata e riproposta con vigore dal Concilio, posto che senza questa base ogni altro discorso difficilmente potrà essere affrontato. Sarebbe interessante, a mio giudizio, se su questo tema potessimo aiutarci gli uni gli altri all’interno dell’Istituto a riconoscere aspetti che attendono di essere calati nella realtà e poi esprimessimo il nostro coraggio in un impegno corale ad attuarli, naturalmente con l’originalità di ciascuno, laddove ognuno di noi svolge il suo ministero di pastore.  Potremmo perfino aprire una rubrica sulla nostra circolare e sul nostro sito, dandole magari come titolo: “Il Concilio ci interpella”; potremmo riversare in essa le nostre intuizioni a proposito e, magari, anche le nostre esperienze, se ci siamo già rimboccate le maniche e abbiamo riacceso i motori di questa splendida avventura.   

 Le vicende di questi giorni e la voce autorevole e, quella sì, veramente coraggiosa di Benedetto XVI ci richiamano alla responsabilità di presentarci al mondo con un volto di Chiesa autentico, pur nella fragilità di ognuno di noi. Ripartiamo dal Concilio, se vogliamo risalire sul treno dello Spirito.

A tutti il Signore doni la sua pace!

Giuliano
 


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