Amatissimi fratelli miei,

 iniziamo così, nella semplicità, questo dialogo a distanza attraverso la circolare in obbedienza a quanto ci esorta l’Apostolo, quando ci dice “ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali” (Col 3, 16b): nessuno di noi è maestro perché siamo tutti discepoli e nessuno ha sapienza se non gli è data dallo Spirito; tuttavia siamo chiamati a donarci la sovrabbondanza della Parola ma solo nella misura in cui la lasciamo dimorare in noi, perché attraverso la Parola non la mia, la tua o la sua, ma la nostra vita risuoni come un canto di lode e di gratitudine a Colui che per amore ci ha chiamati e ci ha inviati.

 Nella recente Assemblea elettiva abbiamo assunto come piste di orientamento della nostra vita di sacerdoti missionari della Regalità di Cristo, ma anche come criteri di discernimento e di verifica, ciò che don Francesco racchiudeva in tre espressioni-slogan: coerenza – credibilità – coraggio, laddove la prima richiama l’esigenza imprescindibile dell’autenticità, la seconda evidenzia il debito di una testimonianza convincente, la terza individua lo stile della missione. A me sembra chiaro che tutto ciò dipende da quella che noi usiamo chiamare radicalità evangelica e che le nostre Costituzioni traducono nella “ricerca della perfezione nel ministero e nella vita” (cfr. art 1), senza la quale veramente il livello della nostra vocazione scade paurosamente, con il rischio di ridurci ad essere irreali ed improbabili maschere di un progetto pur affascinante ed entusiasmante.

 E proprio per non rimanere nel teorico, voglio richiamare da subito un terreno sul quale misurare coerenza, credibilità e coraggio ed è la povertà. Incomincio da qui perché mi pare che da qui abbia iniziato la sua missione il Figlio di Dio che è venuto a salvarci; ed anche perché la sensibilità francescana, che è particolarmente congeniale alla nostra vocazione, ci indica nella povertà la cifra primaria per corrispondere alla chiamata da parte di Colui che per amore nostro si è fatto povero.

 Sulla povertà ci sarebbero da fare molti approfondimenti, tutti sicuramente molto utili.
Nella prospettiva del triplice criterio che ci siamo dati, coerenza-credibilità-coraggio, io propongo a ciascuno di noi di farsi sinceramente una domanda: la povertà “vera” può conciliarsi con l’accumulo e i legami?

 Chiaramente l’accumulo si riferisce al mettere da parte “per noi” dei beni materiali (soprattutto il denaro) che per propria natura non sono destinati solo a noi e che essendo (quelli con cui noi entriamo in contatto) quasi del tutto frutto del nostro ministero, e quindi della carità, hanno un senso solo se vengono messi a servizio della carità. E’ vero che non dobbiamo mettere alla prova la provvidenza di Dio, ma è anche vero che il Vangelo ci assicura che la previdenza dell’uomo non ha corrispondenza con la previdenza di Dio. E allora? Perché accumulare? Pensiamo che le risorse messe da parte possano metterci a riparo dagli imprevisti della vita e ne garantiscano un sufficiente soccorso?

 A questo proposito, voglio richiamare un criterio di profonda saggezza che a me è stato trasmesso fin dagli anni della mia prima formazione e che mi sembra tuttora in linea con le esigenze di una povertà vissuta: è lecito mettere da parte delle somme (in modica misura, il che significa in termini reali che non devono superare alcune decine di migliaia di euro) allo scopo di non essere di eccessivo gravame per gli altri in caso di un imprevisto. Ma quale scandalo daremmo se alla nostra morte (ma anche nel corso della vita) dovesse risultare che il nostro conto in banca (di noi che pure abbiamo fatto voto di povertà) fosse a cinque zeri? Non è forse vero che un simile scandalo anificherebbe nella percezione della gente tutto il bene che avremo potuto compiere? Faccio personalmente fatica a credere ad una povertà di spirito che non trovi conferma in una condizione di vita sobria, modesta, non superiore al livello medio di vita della nostra gente.

 Così, per legami intendo quello stile di vita segnato dalla tentazione del passaggio dallo stato di pellegrini e stranieri a quello di sedentari e proprietari, per cui non si è disposti a lasciare nulla (incarichi, privilegi….) e al contrario si è preoccupati di ricercare ciò che è più comodo, ciò che dà maggiori garanzie di sicurezza, ciò che meglio risponde alle attese e ai progetti che mi sono fatto. Anche in questo senso lo scandalo che potremmo dare sarebbe gravemente colpevole per noi, negativamente condizionante per la Chiesa.

 La radicalità evangelica esige invece che il nostro metro sia unicamente Gesù Cristo, al quale siamo impegnati a conformare la nostra vita, lasciando veramente tutto per seguire in totale libertà Lui povero e crocifisso; per cui voglio augurare a ciascuno di noi il coraggio di scelte che riempiano di luce la nostra esistenza e di gioia il nostro cuore nella testimonianza che Gesù Cristo è il nostro unico Re e il nostro unico Signore. Perché “chi ha Dio, nulla gli manca! Solo Dio basta!”.

La pace sia con voi!

Giuliano


Lesen Sie den Brief in deutscher Sprache


Celui qui a Dieu, il ne manque de rien!


Kto ma Boga, niczego mu nie brakuje!