Cari amici,
    con il primo numero della Rivista avviamo il tema scelto per la nostra formazione in questo anno assembleare: Il presbitero diocesano di fronte alla sfida educativa. Il prof. Ernesto Diaco, nel seminario di studio di gennaio, ci ha offerto una riflessione ricca di stimoli; siamo impegnati a studiarla personalmente e ad approfondirne i contenuti nel gruppo, attraverso le schede preparate dalla commissione per la formazione permanente. Anch’io desidero dialogare con voi su questa tematica individuando alcuni percorsi che richiedono forse una nuova conversione o quantomeno un rientramento. Il primo percorso di cui vi parlo in questa lettera è quello dell’ascolto.
Siamo abituati a pensare l’intervento educativo come una presa di parola, nell’omelia, nella catechesi, nel confessionale, nel rapporto personale con i fedeli. In realtà è sempre stato così e la figura del prete è ancora quella del maestro; il cerchio delle sue competenze si è forse ristretto, ma, almeno nel campo della fede e della morale, viene ritenuto la persona più affidabile. In realtà egli si trova di fronte a una complessità tale da ingenerare anche in lui qualche difficoltà, qualche dubbio e incertezza. Da una parte il magistero della chiesa è sempre più ricco, aperto sui diversi fronti della ricerca teologica e dell’agire morale, soprattutto sui temi della vita, della famiglia, della giustizia, della pace, della ricerca del bene comune. Dall’altra la domanda dei fedeli si fa sempre più stringente e provocatoria, su questioni relative la contraccezione, la qualità della vita, la coerenza dei ministri ordinati, così come sulla proposta liturgica, il linguaggio della comunicazione, la neutralità politica. Il tutto si pone in un contesto di secolarismo e di indifferenza, e nello stesso tempo di pluralismo religioso e culturale, che accrescono il bisogno di competenza e di riflesso il senso di inadeguatezza. Tante volte la reazione è proprio quella dell’attaccamento alla norma, della chiusura nel proprio mondo simbolico, oppure dell’aggressività verbale e comportamentale, che allontanano e isolano l’esperienza cristiana dal resto della vita, e la relegano in un frammento della storia personale o la restringono a un piccolo gruppo di cosiddetti fedelissimi.
La modalità con cui affrontare questa complessità è invece l’ascolto. L’ascolto che nasce dalla consapevolezza di non possedere la verità, ma di cercarla assieme ai nostri fratelli nella fede, guidati ma non sostituiti dai pastori: ascolto della Parola, ascolto dello Spirito nella preghiera, ascolto dei segni dei tempi dove la forza divina del regno traspare, sia pure tra le nebbie della stoltezza e della presunzione umane. L’ascolto che riflette la consapevolezza che non conosciamo fino in fondo le dinamiche personali e sociali dove il fedele laico in particolare è chiamato a dare ragione della speranza che lo abita: ascolto degli sposi chiamati a testimoniare l’amore di agape tra le insidie dell’eros, dei genitori impegnati a trasmettere la fede e i valori autentici combattendo contro una cultura edonista e libertaria, di tante situazioni di disagio e a volte di autentica disperazione per la mancanza del lavoro, la crisi economica, la precarietà sociale. L’ascolto delle coscienze nella direzione spirituale, nella ricerca vocazionale, nelle spinte profetiche anche quando escono dai parametri consueti e fanno appello al vangelo nella sua radicalità e immediatezza.
Questo primato dell’ascolto incide non soltanto sullo stile pastorale del prete, ma anche su quello della sua comunità. Il prete che non è preoccupato principalmente di quanto dovrà dire ma di quanto potrà ricevere, crea dei luoghi nei quali è dato ad un semplice fedele e ad una comunità di poter esprimere la propria opinione, di offrire il proprio consiglio, di condividere i doni di grazia che sono legati alla propria vocazione e missione. Il prete che sa ascoltare fa crescere una comunità adulta, corresponsabile, ministeriale, dinamica; le sue presidenze si propongono con il carattere della paternità, i suoi insegnamenti incidono per l’autorevolezza della testimonianza, la sua presenza risalta per l’umiltà e la discrezione che permettono di orientare sempre al fine ultimo dell’ascolto, il discernimento circa la volontà del Signore sul tempo e sulla storia.
Scrive il benedettino G. Lafont: “Come l’abate benedettino, il prete di parrocchia era in posizione di maestro; la sua parola si presentava con autorità, anche se lui parlava con misura e modestia. Il parrocchiano era in posizione di discepolo e quindi di ascolto, anche se a volte si sforzava di farsi sentire. Oggi, il sacerdote è chiamato a far posto all’ascoltare nel suo modo di parlare, il laico a far posto al parlare nel suo modo di ascoltare”.

Vi abbraccio con affetto, in semplicità e letizia
                    
Don Francesco