Cari amici,
    al termine di questo anno, che annoveriamo tra gli innumerevoli doni che il Signore continua ad elargirci, desidero introdurre una riflessione sul tema della perseveranza. “Chi persevererà sino alla fine sarà salvato” afferma Gesù nel vangelo di Matteo, dopo aver elencato con linguaggio apocalittico quanto potrebbe minare le radici della fiducia. Anche San Paolo lancia questo invito-messaggio, usando il termine “pazienza”, frutto della tribolazione.
Ecco, la perseveranza (o la pazienza) è il modo evangelico di stare dentro la storia: accoglierla e viverla, anche con le sue tensioni, le sue contraddizioni, senza lasciarsi schiacciare, fiaccare, scoraggiare, arrivando anzi a illuminarla e a insaporirla (“Voi siete la luce del mondo e il sale della terra”) con la parola dettata dallo Spirito (“Lo Spirito vi suggerirà quello che dovrete dire”).
Proviamo ad attualizzare questo messaggio, calandolo nella nostra vita di presbiteri in un tempo in cui è grande la fatica a dialogare con il mondo. Proviamo a dare un nome agli elementi che compongono questo messaggio.
Il primo elemento è la persecuzione, la tribolazione. Sono le fatiche dell’apostolato, l’insuccesso da una parte e l’incomprensione dall’altra, il pregiudizio e la maldicenza, l’indifferenza e l’ingratitudine. Tribolazione è anche il nostro limite che ci fiacca, il peccato che ci umilia, la limitazione delle forze che a volte ci scoraggia.
Il secondo elemento è lo stare dentro la realtà. È il contrario della fuga, del ripiegamento in un intimismo apparentemente rassicurante, il contrario della chiusura nelle sicurezze, del ruolo, delle rubriche, delle norme. Stare dentro significa condividere le domande, le paure, le fatiche fisiche e psichiche dei nostri contemporanei.
Il terzo elemento è l’impegno a dare una risposta a queste domande, a esorcizzare le paure, a motivare le fatiche; perché il nostro procedere nel mondo non è quello del vagabondo ma quello del pellegrino, che ha una meta e un viatico: la meta è quella indicata dalla speranza, il viatico è l’esperienza della fede; e con questa fede e questa speranza noi diamo un’anima al nostro apostolato, perché non si riduca a una serie di iniziative, magari sempre quelle che a nessuno è lecito discutere, ma si sostanzia innanzitutto di fondamentali relazioni di bene con le persone e il loro vissuto.
Ultimo e più importante elemento del messaggio sono le parole che lo Spirito mette sulle nostre labbra nella fatica della perseveranza. Queste parole per noi sono i voti; una parola, anzi un grido, per questo nostro tempo segnato (come ci ha ricordato il Papa a Madrid) dalla ricerca del possesso, del potere e del piacere.
La povertà annuncia il vuoto dei beni e la pienezza dell’essenzialità; l’obbedienza proclama l’inconsistenza dei nostri progetti e la solidità del disegno del Signore; la castità dimostra che la persona si realizza non nel soddisfacimento dei piaceri ma nella gioia del dono.
A tutti voi fratelli carissimi, che celebrate ancora una volta il Natale del Signore e vi aprite a un nuovo anno di grazia, auguro di sapervi fare parola dello Spirito con la radicalità evangelica della vita.

Vi abbraccio con affetto, in semplicità e letizia
                    
Don Francesco