Cari amici,
    vi scrivo da Brouadou, nel cuore della Guinea Conakry, mentre partecipo al Corso di esercizi che il nostro Don Lucio Sembrano ha predicato ai fratelli sacerdoti, provenienti dalle tre diocesi di Conakry, Kankan e N’zerekore.
Credo sia mio compito trasmettere i valori, le testimonianze, gli ideali che in nome dello stesso carisma si vanno sviluppando nelle diverse regioni del mondo dove siamo presenti. A loro sto parlando del vostro impegno per un apostolato vivace, creativo, instancabile; racconto gli esempi di radicale povertà e generosa solidarietà che vi distinguono; indico la ritrovata passione per l’annuncio del vangelo nel contesto di una società multietnica e multiculturale qual è diventata quella europea. A voi desidero comunicare alcune specificità nello sviluppo del carisma secolare e francescano in terra d’Africa.
Innanzitutto la fraternità, la relazione, il rapporto umano. Sembra impossibile, ma in questa nazione costituita principalmente di foresta, dove le distanze sono abissali (abbiamo impiegato una giornata e mezza, per un totale di 12 ore circa, per raggiungere il luogo dell’incontro), c’è tra loro una familiarità e una frequentazione affettiva invidiabili. Raccontava Frederic che nell’affrontare la sua malattia ha sentito i fratelli del’Istituto molto vicini con il consiglio, l’incoraggiamento, la partecipazione; fu proprio questo a convincerlo di entrare a farne parte rispetto ad altre proposte che aveva ricevuto. Ma anche qui nel dialogo del primo giorno le presentazioni e i racconti hanno evidenziato una capacità di condivisione che stupisce. Una motivazione può essere data dal fatto che gli unici incontri resi a volte possibili tra preti (Giovedì santo, Esercizi spirituali, Convegno pastorale) sono molto graditi e vissuti con intensità. Poi per il fatto che nessuno vive isolato, ma per lo più in comunità di due o tre presbiteri per parrocchia. Ma anche a motivo di cambiamenti frequenti (ogni tre anni) che introduce poi una seconda specificità, quella dell’obbedienza.
Quando abbiamo introdotto il tema del dialogo anche con i superiori, il vescovo in particolare, essi hanno sottolineato che il più delle volte la destinazione pastorale viene decisa senza alcuna consultazione previa del soggetto, per cui viene richiesto un buon spirito di affidamento. Un fratello lamentava una sorta di incomprensione da parte del vescovo, per cui temeva l’allontanamento dalla parrocchia centrale verso una di periferia. Proprio in questi giorni è stato chiamato ed informato della decisione presa; rispose prontamente, dimostrando serenità e gioia veramente francescane.
In terza istanza, risulta fin troppo facile indicare come specifico la loro povertà; ma in effetti questa povertà di fatto viene assunta e vissuta con naturalezza, senza ribellione e rivendicazione nei confronti dei paesi ricchi. Siamo stati critici nei loro confronti perché questa naturalezza non nasconda il rischio del fatalismo, prodromo del disimpegno e della mentalità assistenzialista. Ma dobbiamo riconoscere loro una storia di colonialismo prima e di influenza sovietica poi, che non hanno permesso loro di diventare protagonisti del loro futuro. Di fatto manca completamente l’acqua corrente; viene pompata e portata dove serve dalle ragazze più volte al giorno. L’energia elettrica è un lusso di alcuni centri più importanti; qui a Brouadou possiamo godere di quella prodotta da un generatore qualche ora alla sera durante la cena e poco più (salvo a dover mangiare al lume di candela perché mancano le lampadine). Gli esercitandi dormono insieme in una camerata con i letti a castello, dall’accolito Raymond al più maturo Patrice, tre bagni (?) in comune sul retro in mezzo al campo. Lucio ed io abbiamo il privilegio della camera singola, con la zanzariera sul letto per scongiurare il rischio della malaria. Ma anche noi condividiamo il bagno e l’acqua raccolta nei bidoni; relativamente facile per una decina di giorni ma strutturale per loro. Pur tuttavia hanno capito bene il discorso del Monsignore (così chiamavano il nostro Lucio) quando introduceva il concetto della povertà come distacco del cuore per attendere all’unico tesoro della nostra vita che è Cristo Gesù e il suo vangelo: anche per loro questo discorso chiede crescita interiore.
Quest’anno ho fatto con loro i miei esercizi. Del resto non possedendo bene la lingua ho avuto larghi spazi di silenzio. Andavo meditando tra i sentieri della foresta le suggestioni delle meditazioni: il regno di Dio cresce e si sviluppa come questi alberi e queste piante spontaneamente con il solo calore del sole e il nutrimento della terra resa feconda dall’abbondanza delle piogge. Con l’industria dell’uomo, capace di assecondare la natura non di deturparla, questa forza può portare nutrimento e profitto. Così è per il regno di Dio, se noi mettiamo i nostri talenti a servizio di Colui che dona se stesso per la salvezza dell’umanità.

Un abbraccio per tutti, in semplicità e letizia

Don Francesco