Cari amici,
    nell’esercizio del ministero e nella conseguente impostazione della nostra vita dobbiamo mettere in conto la sofferenza. Non mi riferisco alla sofferenza fisica, legata a qualche malattia o evento traumatico, da cui non abbiamo l’immunità, ma a quella sofferenza che nasce da un certo disagio che il clero sta manifestando oggi. Studi e ricerche condotte in questi anni lo descrivono come insoddisfazione rispetto ai compiti esercitati, come percezione di fallimento o scarsa efficacia dell’azione pastorale, come senso di solitudine nei rapporti ecclesiastici con i confratelli e il vescovo in particolare.
Lo studio del mese della rivista “Regno attualità” (12/2010) - che invito a leggere - tenta una descrizione delle questioni che creano questo disagio.
La prima è il sovraccarico degli impegni, soprattutto se sono impegni – come i nostri - che richiedono coinvolgimento personale. La moltiplicazione delle “prestazioni” induce distacco e neutralità affettiva, ed è ciò che alla fine ci lascia insoddisfatti. Sto pensando anche solo alle “serrate” celebrazioni domenicali che spesso non possono essere precedute o seguite da un po’ di dialogo e di condivisione di vita con i fedeli; oppure alle riunioni eccessivamente tecniche o necessariamente specialistiche, per la riduzione del tempo dedicato al cammino di fede e alle problematiche delle persone; così come alla scomparsa di quella prassi pastorale che era la visita alle famiglie, sia perché i momenti della giornata in cui le persone si trovano a casa sono sempre più ridotti, sia per la nostra scarsa disponibilità.
La seconda questione non riguarda solo la quantità delle cose da fare, ma anche la loro complessità, la varietà, la mancanza di confini chiari. Le domande che ci giungono si fanno sempre più complesse e diversificate, e d’altro canto i compiti attribuiti anche a noi preti richiedono competenze estremamente differenziate. Penso alle competenze relazionali e di accompagnamento spirituale, insieme alla capacità di governo e al compito amministrativo. Se l’identità proposta al prete sembra essere ancora quella del “pastore in cura d’anime” cui viene affidato un “gregge”, la realtà mette di fronte a una religiosità più individualizzata, a un popolo di persone abituate a pensare con la propria testa, alla domanda di un’autorevolezza fondata non sul ruolo ma sulle doti della persona.
Una terza questione è quella della solitudine “pastorale”, così definita perché causata dal non poter condividere le preoccupazioni, non essere sufficientemente accompagnati, dal dover alla fine contare solo sulle proprie forze, dall’essere soli nel decidere. Constatiamo anche noi che il presbiterio non fa squadra, l’io prevale sul noi, che mancano funzioni di supervisione pastorale e occasioni per sviluppare dei laboratori che permettano un confronto con le esperienze vissute dai confratelli. Gli uffici diocesani si sentono notevolmente lontani, non come una risorsa a sostegno del proprio lavoro, ma come una funzione aggiuntiva, che prevede azioni e obblighi ulteriori: da loro si desidererebbe sostegno e accompagnamento e invece si ottiene solo direzione. Questa situazione si riflette nella vita ordinaria, ma ancora di più nell’occasione dei trasferimenti o delle rinunce per raggiunti limiti di età: la persona viene sacrificata ai ruoli e a volte vengono trascurate le pur minime esigenze di riconoscenza e di attenzione alla psicologia umana.
Da ultimo va annoverata come motivo di disagio la mancanza di equilibrio tra l’identità ideale e le proprie fragilità. Si tende a non ammetterle, per cui si sperimenta il giudizio facile, la mancanza di stima e di carità, l’intransigenza; oppure a non accettarle, per cui ci si sente inadeguati e a volte addirittura fuori posto, si alimenta l’invidia, la gelosia e la stessa protervia.
Come ci sentiamo descritti, almeno in parte, da questi cenni sulla sofferenza, sulla fatica e il disagio del presbitero! Ho desiderato soffermarmi su di essi in questa lettera per offrire una parola di incoraggiamento. Non una parola superficiale, e neppure scontata - come sappiamo fare noi in tante circostanze – ma una parola attenta, ricca di umanità e di fede. Mi appello ad un brano dell’opera “Virtù” di Romano Guardini, citato nelle nostre Costituzioni alla pagina XLVI: “Nella nostra vita dev’esserci questo punto fisso che la verità è il fondamento di ogni cosa: verità nel rapporto dell’uomo con l’uomo, dell’uomo con se stesso, del singolo verso la comunità, e soprattutto verso Dio, anzi di Dio verso di noi. (…) Ma che cosa costituisce la premessa di ogni proposito morale veramente efficace per rettificare storture, fortificare fragilità, riequilibrare eccessi? Allora si dovrebbe rispondere: io credo! Questo è l’accentuazione di ciò che è, della verità, della realtà tua e delle persone che ti stanno intorno, del tempo in cui vivi”.
Cari amici, impariamo a ricercare e a difendere il nostro equilibrio personale. Non è fuga dai problemi, chiusura individualistica, né indifferenza nei confronti delle questioni che siamo chiamati ad affrontare, ma frutto dell’unità della nostra persona attorno alla verità di noi stessi. Quella verità che è donata dalla fede: Dio ci ama, ci ha scelti per continuare nel mondo la sua missione, ci vuole uomini veri in tutti i nostri rapporti, innamorati, con spirito francescano, del mondo e della storia, semplici abbastanza da non lasciarci condizionare dalle strutture del “sabato”, lieti abbastanza per riconoscere tutti gli spiragli di luce che il mistero della Pasqua accende all’alba di ogni nuovo giorno.

Un abbraccio per tutti, in semplicità e letizia

Don Francesco