Cari amici,
    l’anno volge al suo termine e con esso il primo decennio del 2000, caratterizzato pastoralmente dalla svolta missionaria impressa dai Vescovi italiani per un inserimento fecondo in questo mondo in continua evoluzione. Prima di prendere in mano i nuovi Orientamenti “Educare alla vita buona del Vangelo”, può essere utile focalizzare un elemento che continuerà comunque a costituire il fondamento di ogni azione evangelizzatrice: l’esperienza della fede vissuta e testimoniata. Desidero farlo in armonia con il tema che ha strutturato il nostro cammino di formazione permanente nei gruppi e agli esercizi spirituali.
Il documento “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” al n. 3 cita 1Gv “…ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato…”. Ecco cosa annunciamo. “La Chiesa – afferma più esplicitamente - può affrontare il compito dell’evangelizzazione solo ponendosi, anzitutto e sempre, di fronte a Gesù Cristo, parola di Dio fatta carne”. È possibile “imprimere un dinamismo missionario” alla pastorale impegnandosi a incontrare l’uomo nella realtà del suo vissuto, ma prima ancora è necessario costruire comunità eucaristiche. A questo riguardo così scrivono i vescovi nell’altro documento del decennio “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”: “Le molte possibili risposte partono da un’unica prospettiva: restituire alla parrocchia quella figura di Chiesa eucaristica che ne svela la natura di mistero di comunione e di missione” (n. 4). In questo senso il ruolo dei presbiteri viene delineato chiaramente: “Nelle comunità si avverte un accresciuto bisogno di iniziatori e accompagnatori nella vita spirituale: i presbiteri devono valorizzare sempre più la loro missione di padri nella fede e di guide nella vita secondo lo spirito, evitando con grande cura di cadere in un certo funzionalismo” (n. 53). “La pastorale missionaria è anche pastorale della santità, da proporre a tutti come ordinaria e alta missione di vita” (n. 1). “Occorre creare condizioni perché ai nostri preti non manchino spazi di interiorità… iniziative di formazione permanente per sostenere spiritualità e competenza ministeriale” (n. 12).
La cifra interpretativa della spiritualità del presbitero diocesano è la carità pastorale. È tuttavia riduttivo pensare che questo significhi puntare sulle attività pastorali. Alla luce di quanto abbiamo meditato durante quest’anno sappiamo che la pastorale ha un’anima se coloro che vi operano, presbiteri e laici, hanno una profonda e costante vita di fede.
Amo allora pensare al prete che si sveglia al mattino e come prima cosa ringrazia per la presenza del Signore nella sua vita, se ne alimenta con la preghiera, la meditazione della parola, la contemplazione… offrendo così le primizie del suo tempo e delle sue energie.
Al prete che innanzitutto costruisce e coltiva delle relazioni fondate sulla condivisione della fede, l’ascolto della parola, il discernimento comunitario… con i confratelli e i laici più maturi.
Al prete che sa entrare in dialogo con tutti ed è capace di incidere sulle coscienze perché si propone non con delle verità astratte o l’insieme degli obblighi morali, ma con la forza umile e disarmante del proprio vissuto.
Al prete che coordina l’aspetto organizzativo della struttura parrocchiale, lasciando ad altri lo studio e l’attuazione dei progetti, per dedicarsi all’ascolto delle persone, alla direzione spirituale, alla celebrazione dei sacramenti, in particolare della Riconciliazione e dell’Eucaristia.
Al prete che affronta le problematiche della sua vita personale (salute, uso dei beni, relazioni con le persone…) con uno stile coerente alla fede che professa e al vangelo che proclama.
È lo “spirito di Nazareth” indicato dalle nostre Costituzioni: “preghiera fino alla contemplazione, lavoro nascosto e spirito di attesa, incarnazione elevante della vita ordinaria della comunità in cui si opera” (art. 5/i).

Un abbraccio per tutti, in semplicità e letizia

Don Francesco