Cari amici,
    stiamo riflettendo sul tema della fede e in questo colloquio fraterno desidero collegarlo con l’esperienza della preghiera.
Parlando della preghiera e della preghiera del presbitero, amo ritornare alla scena della tasfigurazione: “Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”. (Lc 9,29). È significativo che Gesù si trasfiguri mentre è in colloquio intimo con il Padre. La preghiera ha la forza di trasformare la persona. Anche Mosè dopo il contatto con Dio scendeva dal monte con il volto luminoso. Il volto che “guarda a Dio”, che “si rivolge alla sua luce”, diventa “raggiante”, e può irradiare sugli altri l’amore, la benevolenza, la bontà, la misericordia di Dio.
Non c’è vita pastorale, annuncio, missione, senza preghiera. Madre Teresa di Calcutta ne è un esempio incarnato ai nostri tempi. Prima di andare a servire “gli ultimi della terra”, ogni mattina trascorreva un’ora e mezza in adorazione davanti a Gesù Eucaristia. A sera, dopo il servizio instancabile prestato ai poveri, nello spirito della Carità di Cristo, concludeva la sua giornata con un’altra ora di “colloquio contemplativo”. Le molte preghiere che ha composto, sgorgate dal suo grande cuore, sono una viva testimonianza di questa verità: la preghiera, quando è autentica, apre sempre l’anima alla carità. Ella affermava: “Non permettere mai che qualcuno venga a te e vada via senza essere migliore e più contento. Sii l’espressione della bontà di Dio. Bontà sul tuo volto e nei tuoi occhi, bontà nel tuo sorriso e nel tuo saluto. Ai bambini, ai poveri e a tutti coloro che soffrono nella carne e nello spirito, offri sempre un sorriso gioioso. Dai a loro non solo le tue cure ma anche il tuo cuore”.
Solo la preghiera può abilitare a una simile trasparenza del “volto” e del “cuore” di Dio, forma autentica di una vita animata dallo spirito. San Giovanni Crisostomo dice: “La preghiera è un bene sommo, è una comunione intima con Dio, deve venire dal cuore, deve fiorire continuamente, giorno e notte. È luce dell’anima, vera conoscenza di Dio, mediatrice tra Dio e l’uomo; è un desiderare Dio, è un amore ineffabile prodotto dalla grazia divina”.
La sua autenticità va verificata da un intrinseco processo di crescita, che descriverei così:
- Da una preghiera prevalentemente “parlata” ad una preghiera prevalentemente “ascoltata”. Nel suo primo stadio la preghiera predominante è la preghiera vocale, fatta cioè con le labbra e in maniera più o meno meccanica. Man mano che si progredisce nel cammino spirituale la preghiera diventa un’esperienza che coinvolge sempre più le facoltà interiori, mente, volontà, cuore. Mentre le parole diminuiscono, facendosi più vere, crescono gli spazi di silenzio. “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole” (Mt 6,7).
- Da una preghiera “formale”, ossia fatta di formule, ad una preghiera sempre più “sostanziale”, nella quale la persona gradualmente  avverte la presenza di Dio ed entra in un rapporto personale sempre più profondo con Lui. Anche il suo linguaggio muta: da una forma di monologo diventa sempre più dialogo vero. È meno “freddo” e sempre più “riscaldato” dall’amore dello Spirito Santo che la guida.
- Da una preghiera in cui predomina la domanda, legata alla richiesta di grazie, ad una preghiera che cede il posto sempre più alla lode, all’adorazione, al rendimento di grazie, man mano che la persona scopre quanto è amata. Questo genera in lei un gioioso stupore che la spinge progressivamente ad aprirsi all’azione gratuita di Dio. Riconosce umilmente le meraviglie che Egli va compiendo in lei e si rende più disponibile a ricambiare il dono ricevuto: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).
- Da una Preghiera chiusa sulla propria persona, sui propri cari, che risente ancora di troppi calcoli umani interessati, ad una preghiera d’intercessione aperta a tutta l’umanità. Intercedere significa farsi carico dei fratelli, nelle loro necessità, presentarli a Dio e implorarlo per loro. La preghiera d’intercessione è un grande atto di umiltà perché ci fa riconoscere i nostri limiti, la nostra povertà radicale. Ci rende coscienti che quanto siamo e abbiamo è dono di Dio, ci apre perciò a Lui per chiedergli ogni cosa con la semplicità di un bambino che sa di avere bisogno di tutto.
- Da una preghiera fatta di pie pratiche o di formule tradizionali ad una preghiera sempre più biblica: la persona sente il bisogno di esprimersi con la Parola di Dio, e specialmente con i salmi. Non ci sono parole umane che possano tradurre adeguatamente l’Inesprimibile. Così si scopre che Lui è tutto e noi il nulla.
S. Francesco, grande contemplativo, l’ha espresso in una delle sue brevi ma ardenti “preghiere del cuore”:  «Chi sei tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?» (FF 1915).
Man mano che si progredisce nel cammino della preghiera si fa un’esperienza sempre più profonda e diretta di Dio, perché gradualmente ci si abbandona allo Spirito Santo che è Spirito di pietà. È Lui che in noi prega il Padre con la voce del Figlio. Lo Spirito Santo che prega in noi è fonte dell’amore che opera nella nostra vita. Così nell’amore la vita si fa preghiera e la preghiera si fa vita.

Vi abbraccio tutti, in semplicità e letizia

Don Francesco