Cari amici,
ci siamo più volte ricordati in questi anni che il mondo ha un estremo bisogno di speranza. Sono troppe le situazioni personali e sociali, fisiche e morali, che inducono alla paura e portano a chiudere gli orizzonti del cuore e della mente nello spazio angusto del vivere quotidiano, senza alcun progetto per il futuro. Questa sindrome può aver preso anche noi presbiteri. Si manifesta con le reiterate lamentele, i giudizi pesanti, l’ingiustificata aggressività e quella rassegnata passività che riscontriamo in una fascia sempre più larga di confratelli. Anche la difficoltà a “lasciare” da parte dei più anziani non è determinata tante volte dall’attaccamento al posto ma dalla convinzione che chi viene dopo di noi non è più capace di lavorare con lo stesso impegno ed entusiasmo, quindi dalla mancanza di speranza.
 C’è innanzitutto una motivazione teologica che induce alla speranza: Cristo è risorto, ha vinto la morte e con essa ogni altro limite della natura umana. Egli cammina con noi sulle strade del mondo per condurci nel suo Regno di giustizia e di pace, di cui la comunità dei credenti è, già in questo tempo, figura e primizia. Noi presbiteri in particolare siamo chiamati a testimoniarne la presenza e la forza. L’annuncio del Vangelo, la celebrazione dei sacramenti, l’esperienza della preghiera, mentre ci mettono in comunione con il Signore Gesù e la sua opera di salvezza non ci allontanano dalla concretezza della vita, perché sono doni che alimentano la storia e ne orientano il percorso anche oltre le nostre debolezze e i nostri peccati.
C’è poi una motivazione esistenziale che induce alla speranza: schiere innumerevoli di Santi, che hanno testimoniato l’amore di Cristo, il più delle volte fino all’effusione del sangue, continuano a dimostrare che la vita è pienamente realizzata proprio quando è donata, che germi di novità sbocciano da scelte coraggiose e il futuro farà fiorire come una primavera ciò che durante l’inverno è rimasto nascosto a macerare. Anche di questa certezza noi presbiteri siamo annunciatori. Quando valorizziamo la fatica dei confratelli che ci hanno preceduto, quando ci fidiamo dei laici, accogliamo i carismi, lavoriamo senza aspettarci niente in cambio e facciamo con gioia e umiltà la nostra parte nella costruzione del regno di Dio, noi inondiamo di speranza l’aridità delle nostre parrocchie e delle nostre diocesi che soffrono per la diminuzione del numero dei ministri ordinati e l’indifferenza di tanti battezzati.
C’è poi una motivazione spirituale, che ci appartiene in modo particolare, che induce alla speranza: con il nostro carisma di secolarità consacrata siamo “seme di santità gettato a piene mani nei solchi della storia”. Si tratta di un’interpretazione e di un auspicio che vengono da Benedetto XVI: «Siate cercatori della Verità, dell'umana rivelazione di Dio nella vita. È una strada lunga, il cui presente è inquieto, ma il cui esito è sicuro. Annunciate la bellezza di Dio e della sua creazione. Sull'esempio di Cristo, siate obbedienti all'amore, uomini (…) di mitezza e misericordia, capaci di percorrere le strade del mondo facendo solo del bene. Le vostre siano vite che pongono al centro le Beatitudini, contraddicendo la logica umana, per esprimere un'incondizionata fiducia in Dio che vuole l'uomo felice. (…) Radicati nell'azione gratuita ed efficace con cui lo Spirito del Signore sta guidando le vicende umane, possiate dare frutti di fede genuina, scrivendo parabole di speranza con le opere suggerite dalla "fantasia della carità" (Discorso ai membri degli Istituti secolari tenuto il 3 febbraio 2007). Ancora una volta siamo noi presbiteri chiamati ad aprire la strada a questa regalità, perché si diffonda nel mondo la signoria della speranza.
   
Vi abbraccio in semplicità e letizia.

Don Francesco