Cari amici,
    in questo numero di “Ut unum sint” trovate il testo degli interventi che sono stati fatti al Convegno unitario sulla Regalità, celebrato ad Assisi all’inizio di maggio. Mi permetto di darvi una chiave di lettura. Siamo chiaramente sulla linea della testimonianza: la regalità prima che un concetto da approfondire è un’esperienza da vivere. La sua evoluzione storica, come è stato affermato, risente indubbiamente della riflessione biblico teologica maturata nel Vaticano II, ma nella misura in cui questa riflessione è calata nella vita delle persone promuovendo forme nuove di presenza, nuovi stili di vita e di annuncio cristiano.
La presenza innanzitutto. Non più arrogante e selettiva, ma umile e aggregante. Una presenza in cui l’identità cresce con l’incontro, il dialogo si sviluppa nel rispetto e la stima reciproca, la convivenza delle differenze non è subita come un limite ma valorizzata nella sua propositività, la multiculturalità non viene negata ma assunta come luogo del confronto franco e leale. Questa presenza interpella il singolo battezzato e l’intera comunità cristiana, anche nelle sue espressioni gerarchiche. Non rinuncia al linguaggio proprio della ritualità e al suo simbolismo, ma ricerca anche quello della gente comune per far giungere a tutti la bella notizia della speranza. Se poi si arriva a coniugare insieme entrambi questi linguaggi, come domanda l’autentica riforma liturgica e le sue successive elaborazioni, il cristianesimo riesce ad esercitare quella signoria della vita di fronte alla quale sboccia lo stupore e non l’aggressività e il rifiuto.
Gli stili di vita. Improntati alla sobrietà, all’essenzialità, all’oblatività. Di fronte al culto dell’immagine, all’ansia di corrispondere agli standard del consumismo, alla logica quantistica del benessere, il cristiano può benissimo proporre i valori dell’essere, della relazione interpersonale, della solidarietà e del servizio. Nel modo di vestire e nell’utilizzo del tempo libero, nella cura della casa e nella finalizzazione del proprio lavoro, la signoria della vita domanda libertà, spontaneità, autentica umanità. Anche questa provocazione sugli stili di vita interpella il singolo e la comunità: una chiesa povera ed estroversa profuma di pulito ed emana fragranza, si lascia avvicinare senza soggezione e toglie dall’imbarazzo anche chi la accosta bisognoso di redenzione.
L’annuncio cristiano. Non di una verità astratta, fatta di formule e divieti, ma di un vissuto emblematico, messo a disposizione senza presunzioni, con la sola forza della sua bellezza e della gioia che l’accompagna. I fatti del Vangelo, le sue parabole, quei miracoli con cui Gesù ha assicurato di accompagnare l’opera dei discepoli, proprio questi sono attesi anche inconsapevolmente dal ricercatore autentico. Sono l’amore senza steccati, il perdono senza condizioni, l’accoglienza senza garanzie, nella famiglia, nel lavoro, nella chiesa. È questa signoria della vita che costituisce sia il contenuto che la forma dell’annuncio, perché non è possibile distinguere ciò che risulta impastato di storia, eventi ed esperienze.
Cari amici, volendo applicare a noi questa chiave di lettura dei contenuti del nostro Convegno, desidero mettere in evidenza un rischio che noi presbiteri corriamo senza accorgercene: quello dell’astrattezza dei nostri discorsi, della presunzione delle nostre certezze, della durezza delle nostre prese di posizione. Ci capita raramente di metterci alla pari dei nostri fratelli laici, di confrontarci con loro sul piano della ricerca comune e del fraterno ascolto; quando questo avviene, e l’esperienza di Assisi è stata una provvidenziale occasione, vengono smascherati proprio questi limiti. È il caso di non mettere la testa sotto la sabbia, di accogliere quella signoria che proprio la vita esercita su di noi, mentre ci chiede di esercitarla sugli altri, nella verità.

Vi abbraccio in semplicità e letizia.

Don Francesco