Cari amici,
    la riflessione che stiamo facendo nei gruppi sulla “Regalità” risulta davvero provocatoria, perché domanda la capacità di fare sintesi tra esigenza di autorità e disposizione al servizio, bisogno di verità e capacità di misericordia, chiarezza di principi e paziente accompagnamento del vissuto. Sono caratteristiche della carità pastorale che costituisce il fulcro della nostra spiritualità secolare. Aspettiamo perciò un importante contributo per il nostro cammino dal Convegno di maggio ad Assisi.
Volendo continuare la conversazione avviata in questa rubrica, al discorso sulla signoria del cuore aggiungerei quello sulla signoria della fede. Nelle relazioni è fondamentale che noi siamo guidati dalla nostra fede in Dio, nel suo progetto di salvezza realizzato in Cristo e affidato alla Chiesa, nella presenza di Cristo che si fa compagno di viaggio nel pellegrinaggio di ogni uomo e dell’umanità intera verso la Gerusalemme del cielo. L’attenzione ai fratelli, l’accoglienza del diverso, lo spirito di misericordia, l’attitudine al dialogo non possono esimerci dal presentarci comunque con la nostra identità e le convinzioni che reggono le nostre scelte di vita.
L’approccio alla realtà, con le sue tensioni, la risposta agli interrogativi del cuore dell’uomo, turbato dalle sue stesse contraddizioni, il respiro della progettualità soprattutto dei giovani, ogni piega del pensiero e della volontà, ogni avvenimento, ogni frammento di storia, tutto domanda un riferimento ultimo, un orizzonte di senso. Noi siamo chiamati ad offrirlo, come Mosè che ha innalzato il serpente nel deserto, immagine della Croce di Cristo posta a modello dell’amore ricevuto da Dio e che siamo chiamati a donare come realizzazione piena della nostra vita.
La giusta pretesa di conservare i simboli religiosi nei luoghi pubblici deve andare in questo senso: confermare la signoria della fede e del suo significato per la civiltà che ci adoperiamo a costruire; il rito della benedizione, con cui ci vien chiesto di accompagnare avvenimenti personali e sociali, richiama il primato della fede su noi stessi e sulle opere delle nostre mani; la stessa presenza del sacerdote, tanto apprezzata nelle ore liete e soprattutto nei momenti di sofferenza  fisica, morale e materiale, se non aiuta a fare appello alla fede, resta puro folklore e vuota tradizione.
Spiritualità della regalità allora è proporre la nostra persona e interpretare il nostro ruolo come testimoni della fede. La domanda di Gesù ”Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8) deve suonare come monito costante e impegnarci con passione nella via della nuova evangelizzazione. Di fatto una delle sfide di questo nostro tempo consiste proprio nel tentativo di svincolare i giudizi, le scelte, i valori, i percorsi della vita dalla visione della fede, per seguire più opportunamente le mode, il sentimento, l’interesse del momento. La signoria della fede prospetta invece un’etica che può contare su dati oggettivi, su un’antropologia redenta, su prospettive spirituali; quindi diventa una risposta alla cultura del relativo, dell’edonistico, della materialità, del terrenistico. La traduzione concreta di questo discorso spetta a noi, nella predicazione innanzitutto, ma poi nella vita concreta, nella sua spinta radicale, capace di coinvolgere le nostre comunità e lasciare così un segno nel territorio.
Rimando ad un passaggio delle nostre Costituzioni che trovo in sintonia con il pensiero che ho sviluppato. Dice il numero 6/g che “I sacerdoti missionari, per la loro ispirazione francescana, coltivano in particolare l’azione pastorale intesa e vissuta come partecipazione in perfetta letizia alla volontà redentrice di Cristo”. Partecipare alla volontà redentrice di Cristo significa proprio questo: leggere la storia a partire dalla Croce, immettervi il respiro della grazia, percorrerla con aderenza senza lasciarcene imbrigliare, promuoverla nella prospettiva del suo compimento, farla correre sui binari della fede in Cristo.

Vi abbraccio in semplicità e letizia.

Don Francesco