Cari amici,
    con l’Assemblea di Medio Corso, celebrata in gennaio a Roma e di cui potete leggere gli Atti proprio in questo numero di “Ut unum sint”, abbiamo avviato anche il nuovo anno formativo sul tema della Regalità. È ormai alla conoscenza di tutti che in maggio, precisamente dalla prima mattina di venerdì 1 fino al pranzo di sabato 2, terremo il primo Convegno unitario con gli altri due Istituti fondati da P. Gemelli proprio su questa categoria teologica che il Padre ha voluto inserita nel titolo delle nostre famiglie. Dopo le letture storica, biblica e teologica, già proposte da P. Cesare Vaiani e da Mons. Bruno Maggioni, siamo impegnati nell’offerta di una riflessione esistenziale, capace di dire la concretezza e l’attualità di quello che potremmo chiamare l’orizzonte spirituale della nostra missionarietà e secolarità. Verranno offerte ai gruppi due schede specifiche orientate a questo scopo. A voi il compito di adoperarle nei prossimi incontri, o anche a livello personale, per una verifica dello spirito della propria risposta vocazionale. Fate pervenire qualche suggestione al delegato per la Formazione Permanente e iscrivetevi quanto prima al Convegno presso il segretario, perché i posti sono limitati.
Mi sono attardato a dare queste informazioni perché giungano davvero a tutti e per giustificare il contenuto delle mie lettere nell’anno LIV della Rivista. Prendo le mosse da un’affermazione di Maggioni che a Milano, la vigilia della Festa di Cristo Re del 2007, diceva: “Per capire la regalità di Cristo bisogna vederla dal crocifisso”. Ecco il punto di partenza. Gesù non è re perché è passato attraverso la croce e quindi ha meritato la signoria sul mondo e sulla storia. Gesù è re perché dalla croce si dona di un amore eccedente e sorprendente; la sua signoria sta già lì e si perpetua nel tempo e permane per l’eternità. L’Apocalisse lo presenta proprio così, Agnello ritto in piedi, risorto, vincitore, ma perché sgozzato, con quel fianco aperto all’accoglienza, alla misericordia, al dono della vita.
Proviamo a verificare il nostro modo di stare di fronte al mondo e alla storia, perché è chiamato ad essere “regale” oltre che profetico e sacerdotale.
Qual è il nostro trono? Quello umano della gloria e del potere, poggiato sui nostri titoli e ruoli, sulle comodità e i privilegi, o quello divino dell’umiltà e del servizio, costruito nelle relazioni povere della vita di tutti i giorni con la gente semplice delle nostre famiglie, del mondo del lavoro, degli ospedali, della solitudine e dell’abbandono? Certo, non dobbiamo trascurare le relazioni con  imprenditori e professionisti, uomini della cultura e della politica, ma ponendole nella stessa lunghezza d’onda perché le une e le altre possano dialogare insieme e dare vita ad una cultura della solidarietà e dell’amore.
Qual è il nostro fianco squarciato? Quello umano della denuncia e della condanna, del giudizio anche motivato ma che esclude ed emargina, o quello divino del rispetto e della partecipazione, che abbraccia mentre rimprovera, tende la mano anche quando pronuncia la radicalità del vangelo e ne fa risaltare le esigenze? È la signoria del cuore chiamata a manifestarsi in tutta la sua forza nella Confessione, nel dialogo spirituale, nelle confidenze raccolte da coscienze dilaniate anche dalla consapevolezza del proprio errore; ma anche di fronte all’arroganza e alla pretesa di chi fa appello a Dio solo per denunciarne l’impotenza. Proprio come nella scena del Calvario, dove Gesù ha una parola chiara da una parte e silenziosa dall’altra per ciascuno dei due ladroni crocifissi con lui.
Qual è la nostra vittoria? Quella umana della rivalsa su chi non ci ha seguito, della vendetta su chi ci ha fatto del male, del successo delle nostre idee e dei nostri progetti, al di sopra delle persone e di intere comunità, o quella divina della pazienza, del perdono, della comunione costruita anche a scapito delle nostre opinioni e interessi? Non dimentichiamo mai che un giorno Egli, il re della parabola, dal suo trono di gloria ci giudicherà sull’amore… sullo stesso amore su cui poggia l’attesa di ogni persona che incrociamo da preti, chiamata da Dio, anche grazie al nostro ministero, a riconoscere e a prendere parte del suo Regno.

Vi abbraccio in semplicità e letizia.

Don Francesco