Carissimi fratelli ed amici,

ci ha accompagnato in quest’anno l’impegno a rivisitare il nostro voto di castità/verginità con il proposito di recu-perare pienamente la sua valenza e la sua prospettiva ecclesiale, al di là del senso che esso ha per la nostra vita personale. Ci ha provocato in questa direzione la consapevolezza che i doni di Dio (e i voti lo sono a pieno titolo) non sono privilegi o medaglie al merito concessi a beneficio esclusivo della persona che li riceve, ma secondo l’insegnamento paolino hanno come orizzonte l’utilità comune, che potremmo legittimamente tradurre come servizio all’edificazione del “corpo di Cristo”, che è la Chiesa, icona della vita trinitaria, seme e fermento del Regno di Dio nel mondo, luogo di irradiazione della carità di Cristo che salva l’umanità.

Mi verrebbe da credere, se non appare un’esagerazione, che la verginità consacrata (al pari degli altri voti) non sarebbe utile neanche per noi se non fosse utile anzitutto per il bene comune.
Certo, non riusciremo mai a cogliere interamente questa sua destinazione all’utilità comune se non la liberiamo dalla camicia di forza di una concezione moralistica alla quale siamo stati fin da piccoli orientati, perdendo di vista la dimensione misterica della verginità consacrata, che è ciò che la rende veramente una perla preziosa di inestimabile valore. C’è un’immagine che spesso viene utilizzata per rappresentare il “mistero” della verginità consacrata: l’immagine del cuore indiviso, che ha una sua efficacia nella misura in cui richiama l’attenzione sull’istanza fondamentale che sta alla radice di questo dono, la relazione totalizzante con Cristo, in cui soltanto il cuore dell’uomo, ridotto in frantumi dal peccato, può essere ricomposto in unità. In questo modo il cuore riacquista la sua funzione che è quella di mettere in circolo nell’umanità, che Dio ha riunito a sé attraverso l’incarnazione del Figlio, la vita soprannaturale che è Amore.

Ne discende che il cuore indiviso non è definito solo dalla relazione totalizzante con Cristo, ma anche dalla funzione, che è allo stesso tempo una missione, di far dilagare l’amore di Dio nel mondo. Non basta alla verginità la custodia di pensieri e azioni moralmente puri se, per usare un’espressione cara a don Tonino Bello, non si ha un cuore “estroverso”, dimentico di sé e proiettato verso il bene (quello vero) dell’altro e di tutti gli altri.

La consacrazione verginale dice poi volontà consapevole e responsabile a far sì che questa relazione/missione de-finisca la mia presenza nel mondo: è “dedicazione” (con lo stesso significato con cui questo termine è applicato alla consacrazione di una nuova chiesa) di tutta la propria vita, senza riserve e senza risparmi, alla missione propria della verginità. Questo vuol dire che la vita del vergine consacrato è una vita eucaristica, una vita consegnata e spezzata per essere donata, non a tempo determinato, ma sempre e per sempre.

Circoscrivere il proprio impegno ministeriale ad alcuni tempi definiti, ritagliandosi spazi per sé, magari legittimando ciò alla luce di una logica impregnata di psicologismo egocentrico, per cui mi convinco che se non mi curo di me non posso essere utile agli altri: questo non è verginità consacrata. È evidente che bisogna prendersi cura di sé, perché anche la nostra persona è un dono da accogliere, rispettare e valorizzare; ma altro è curarsi di sé per poter servire gli altri (per poter offrire agli altri un pane migliore), altro è curarsi di sé per se stessi. San Francesco non ha esitato ad “abusare” di frate “asino”, quando ha percepito come prioritario il farsi servo di Cristo e dei fratelli.

Guai a noi se cadiamo nel tranello di sentirci beatamente “single”, che cercano il proprio piacere, piuttosto che di piacere a Cristo. Il Signore doni a tutti la sua pace e ci confermi nel suo amore.

Giuliano


Ein »geweihtes« Leben


Życie „dedykowane”